A scuola da questo tempo

A noi che eravamo immersi in una vita frenetica, ora è stato imposto di fermarci.
La giornata è lunga: ad Altino sto vivendo il silenzio e la solitudine.
Così mi sorgono  molte domande sulla qualità dei miei rapporti; su cosa mi sta veramente a cuore, su cosa sono davvero gli altri per me. Mi sembra che queste domande  mi aiutano a vivere meglio.  

Cosa impareremo da questa emergenza?
È molto difficile dirlo, perché a volte nel male ci si incattivisce e non si impara nulla, si resta nella sonnolenza e nella stoltezza. Ma può anche darsi che sia l’occasione per capire che non si poteva più andare avanti così, con questo individualismo, in cui si vantano solo i propri diritti, senza pensare agli altri. Insomma: sentiamo che se vogliamo essere una comunità dobbiamo davvero vivere le cose insieme, perché la qualità della vita dipende solo dal nostro saper stare insieme e non vivere da isolati.


Riesco ad ascoltare il silenzio? Riesco a sentire dentro di me le domande che sgorgano dal più profondo della mia coscienza?
Il silenzio e la solitudine mi mettono angoscia, ma cerco di sentire che in realtà dentro di me non c’è il vuoto, ma c’è la presenza di domande, la presenza di sentimenti, la presenza dei miei affetti, e anche la presenza degli altri, dei miei amori che mi fanno sentire emozioni.
Così la solitudine non è un muro, ma uno spazio che si apre.
Cerco un posto dove mi possa mettere in pace, in cui possa sentirmi unito con quello che mi sta attorno. E in questo silenzio e in questa solitudine mi domando: chi sono io? Da dove vengo? Dove vado?  In queste domande mi misuro con i miei limiti, mi misuro con la mia stessa morte, ma soprattutto con la mia capacità di amore e di relazione con gli altri.
Nel silenzio capisco di più cosa è necessario dire, cosa diventa chiacchiera o addirittura uno stordimento.  Sento il desiderio di dire innanzitutto la verità, in secondo luogo l’essenziale, e infine di dire tutto con sapienza e amore. Sento il bisogno di imparare un altro modo di comunicare, più serio.
Quando sento il racconto di chi, malato, viene prelevato da casa, e, portato in ospedale, va a morire senza vedere i suoi cari, mi nasce un’angoscia e una paura: una morte così non è più una morte umana.
E il timore che provo diventa un richiamo al valore delle nostre esistenze e del nostro rapporto con gli altri: non siamo fatti per vivere e per morire da soli; quindi è giusto che il timore ci sia.

In questa Quaresima  dobbiamo stare lontani gli uni dagli altri. Abbiamo comunque tanti strumenti per far sentire la vicinanza e per esercitare l’amore: telefonate e preghiera.


don Gianni Fazzini

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