Patriarcato di Venezia

Pastorale degli Stili di Vita

 
CUSTODIRE IL CREATO PER COLTIVARE LA PACE
Nella Caritas in Veritate il Papa ha affermato: “Dobbiamo però avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla” (n. 50). Tale dovere esige una profonda revisione del modello di sviluppo, una vera e propria “conversione ecologica”. (...)
 
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A partire dalla Parola di Dio, ci occupiamo di: ecologia, problemi dell’ambiente e disparità di divisione dei beni nel mondo.

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Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita

Costituita all' inizio del 2007 per iniziativa di alcuni uffici pastorali diocesani impegnati nella promozione dei nuovi stili di vita, ha l'obiettivo di unire conoscenze ed esperienze per avviare un movimento dal basso sui Nuovi Stili di Vita. Per la presentazione della Rete CLICCA QUI. Per ulteriori informazioni CLICCA QUI

 
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Beati i miti, perché erediteranno la terra!

-- Mt. 5,3
 
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  CAMBIAMENTO CLIMATICO: IL PUNTO DI VISTA CRISTIANO 977 Letture 
Spunti TeologiciLE IMPLICAZIONI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SUGLI STILI DI VITA
E SULLE POLITICHE DELL’UNIONE EUROPEA

Rapporto COMECE ( Commissione dei Vescovi presso la Comunità Europea) ai Vescovi

SECONDA PARTE
5. IL RUOLO DELL’EUROPA NELLA LOTTA CONTRO IL
CAMBIAMENTO CLIMATICO


In un mondo senza un’unica economia globale e con molti paesi e nazioni
diverse, noi ci troviamo a dover trovare delle soluzioni per proteggere i
nostri “beni comuni globali”. Nessun paese sarà in grado, da solo, di
prendere le necessarie misure di protezione. Per affrontare in maniera
efficace i problemi ambientali sono necessarie soluzioni globali che
coinvolgano tutti i paesi della terra. Per stabilizzare la concentrazione delle
emissioni di gas serra ad un livello non pericoloso, è indispensabile una
cooperazione a livello mondiale.

Il principio delle responsabilità comuni, ma differenziate.

Gli accordi internazionali per combattere il cambiamento climatico sono
basati sul principio delle responsabilità comuni, ma differenziate. Questo
principio è stato accettato da tutti gli stati aderenti alla Convenzione
Quadro sul Cambiamento Climatico. Tale accordo riconosce la
responsabilità globale per la protezione del sistema climatico della terra e
mira ad una cooperazione a livello mondiale. Ciò conduce ad impegni
diversi riguardo ai prerequisiti e al contenuto. Gli stati industrializzati,
inclusi gli stati membri dell’Unione Europea, hanno una responsabilità
speciale.

Il sistema climatico del nostro pianeta può essere protetto in maniera
efficace solo se coloro cui competono le misure correttive si sentono
obbligati ad ottemperare ai loro impegni. Inoltre, tale principio è
giustificato dalle diverse responsabilità nell’aver causato il cambiamento
climatico nel passato (responsabilità per il danno).

Il principio delle responsabilità comuni, ma differenziate è un principio
dinamico che non si differenzia necessariamente tra i paesi del Nord e
quelli del Sud del mondo. Piuttosto crea obblighi diversi a seconda
dell’attuale stato di cose in ciascun paese. Di conseguenza, deve venire
continuamente sviluppato ed adattato alle diverse condizioni che devono
essere adeguate con la promozione della responsabilità sociale d’impresa.

Il carattere universale e transnazionale della Chiesa Cattolica la pone in
una posizione ideale per attirare l’attenzione sul legame tra le
preoccupazioni ecologiche e di sviluppo a livello globale.

La responsabilità speciale dell’Unione Europea nella lotto contro ilcambiamento climatico

Nel quadro del principio condiviso di responsabilità comuni, ma
differenziate, l’Unione Europea detiene una responsabilità speciale nella
lotta al cambiamento climatico, non solo a causa della storia del
cambiamento climatico stesso, ma per i mezzi tecnologici e finanziari in
suo possesso e per la sua esperienza in fatto di azioni cooperative.

Naturalmente, questa speciale responsabilità rispetto alla protezione del
sistema climatico terrestre non deve essere presa in carico solo
dall’Unione Europea, ma da tutti i paesi industrializzati che posseggono i
necessari mezzi finanziari e tecnologici per combattere il cambiamento
climatico. Ma anche se certi paesi non volessero tener fede alle loro
responsabilità di fronte ai poveri e alle future generazioni, ciò non può
essere preso ad alibi dall’Unione Europea per non introdurre da parte sua
le necessarie misure. Inoltre, l’UE dovrebbe fare ogni sforzo possibile per
convincere tutti i soggetti coinvolti della necessità di proteggere il sistema
climatico terrestre.

Quello che manca oggi è una guida forte ed una voce che si alzi a favore
di coloro che già sopportano, o subiranno in futuro, il peso più alto del
cambiamento climatico: i più poveri e le future generazioni. All’Unione
Europea si chiede di alzare la sua voce in loro favore.

Obiettivi condivisi e proposti dall’UE per ridurre le emissioni di gas
serra


Se vogliamo mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto
dei 2°C sopra il livello pre-industriale sarà necessaria un’azione molto
energica. Secondo l’ultimo Rapporto dell’IPCC (2007), per contenere
l’aumento di temperatura entro i 2-2.4°C, le emissioni globali di CO2
dovrebbero essere ridotte (dal 2000 al 2050) del 50-85%. Ciò significa,
per i paesi industrializzati, ridurre le emissioni dell’80-95% (dal 1990 al
2050).

Secondo il Protocollo di Kyoto, come primo passo, Unione Europea e i suoi
stati membri si devono impegnare a ridurre le emissioni di sei gas serra di
almeno 8% entro il 2008-2012 rispetto ai livelli del 1990. Nel marzo 2007,
il Consiglio Europeo ha dichiarato l’obiettivo di diminuire del 20%,
nell’Unione Europea, i gas serra entro il 2020, traguardo che sarà alzato al
30% se altri paesi sviluppati decidono di impegnarsi in riduzioni di
emissioni di simile entità.

Per raggiungere tale obiettivo, nel gennaio 2008, la Commissione europea ha presentato un pacchetto integrato di proposte ambiziose per combattere il cambiamento climatico che prevedono: obiettivi per l’aumento della quota di fonti rinnovabili nel mix energetico; un migliore sistema di scambio di emissioni; obiettivi di riduzione delle emissioni per quei settori non inclusi nell’European
Emissions Trading System (ETS); nuove regole sul sequestro e
l’immagazzinamento del carbonio; nuove regole sui sussidi ambientali.

Tuttavia, misure per combattere il cambiamento climatico e per ridurre le
emissioni di gas serra devono essere prese principalmente a livello
nazionale, regionale e locale. In questo modo, gli stati membri dell’UE
possono avere un ruolo decisivo nell’effettiva implementazione delle
strategie europee per il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico
non è, però, solo una questione da risolvere a livello dei governi e dei
funzionari. Al contrario, tutti devono prendersi le loro responsabilità a
partire dalle imprese, dalle organizzazioni non governative, fino ai
consumatori e ad ogni singolo individuo.

Il ruolo della società civile nella lotta contro il cambiamento climatico

Siamo profondamente convinti che il solo modo plausibile per uscire dalla
crisi attuale sia l’elaborazione di una prospettiva culturale nella quale la
società civile con i suoi corpi intermedi (associazioni, ONG, fondazioni,
movimenti dal basso, chiese) interagisca con i governi e con le forze di
mercato. Il problema ambientale non può essere delegato né ai governi
né alle sole forze di mercato. In realtà, l’eco-efficienza (“fare di più e
meglio con meno”) è importante, ma rappresenta solo una risposta
parziale ai problemi ambientali. Anche l’eco-giustizia, che usa strumenti
come eco-incentivi, eco-tasse, oltre alla tradizionale regolamentazione
diretta, pur necessaria, non è da sola sufficiente.

È necessario elaborare un nuovo quadro concettuale che affronti i problemi ambientali secondo un approccio olistico e attraverso l’individuazione di un ruolo ben definito per i diversi soggetti coinvolti.
Vorremmo sottolineare la capacità della società civile di aggregare la
domanda politica dal basso, sia in merito a miglioramenti nella qualità
della vita che alla diretta partecipazione delle comunità locali, nazionali e
internazionali nella scelta delle strategie di sviluppo. In particolare, le
ONG, insieme ai centri di ricerca e alle organizzazioni intergovernative,
stanno dimostrando crescenti capacità operative e di pianificazione. Le
loro attività dimostrano l’importanza della sostenibilità per un grande
pubblico e presentano proposte innovative per la partecipazione nella
gestione delle difficili questioni in gioco.

Inoltre, le ONG e le altre componenti organizzate della società civile
giocano un ruolo decisivo nell’incoraggiare gli individui ad adottare stili di
vita più sostenibili. Ciò che caratterizza gli stili di vita è la nozione
strategica dell’eco-sufficienza: “vivere meglio con meno”. A sua volta, tale
nozione deriva da un concetto di benessere che non dipende da un
eccessivo consumo di beni materiali. A questo riguardo, un movimento di
consumatori socialmente responsabili, basato sull’idea del consumo etico,
dovrebbe essere riconosciuto come una grande forza nella divulgazione di
ideali ecologici.

CONCLUSIONI

Conseguenze per le comunità ecclesiastiche e per i singoli cristiani


È vero che alcune persone nella Chiesa sostengono che la quota di
responsabilità umana rispetto al riscaldamento globale è stata esagerata e
sono dell’opinione che variazioni naturali nel clima siano sempre esistite
nella storia dell’evoluzione terrestre. Molti sottolineano soprattutto che
numerosi ambientalisti guardano al numero degli abitanti della terra come
alla più grande minaccia all’ambiente e quindi raccomandano l’uso dei
metodi di controllo della popolazione subordinando, in tal modo, lo
sviluppo dell’umanità ad una natura parzialmente idealizzata.

Al contrario, si deve riconoscere che importanti studi internazionali sul cambiamento climatico e sulle sue cause sono ampiamente accettati come serie prove scientifiche. Ci troviamo infatti di fronte ad una delle più grandi sfide
all’umanità così come alla testimonianza cristiana.

Nel suo incontro con la curia, il 6 agosto 2008 a Bressanone, il Santo
Padre ha affermato con sicurezza:
“Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che abbiamo di
presentare la fede in pubblico, specialmente là dove riguardo ad essa c’è
già sensibilità. E penso che la sensazione che il mondo forse ci stia
scivolando via – perché siamo noi stessi a cacciarlo via – e il sentirci
oppressi dai problemi della creazione, proprio questo ci dia l’occasione
adatta in cui la nostra fede può parlare pubblicamente e può farsi valere
come istanza propositiva.”

La crisi ecologica pone un nuovo contesto per le grandi questioni di
giustizia e pace su scala globale. Si stanno sviluppando nuove forme di
povertà e di conflitti sociali e politici. La Chiesa deve rispondervi ed
entrare in un nuovo dialogo globale con la società. A questo proposito, il
contributo, delle religioni e delle chiese, alla pace viene sollecitato anche
dai laici. Dal momento che non si tratta di trovare soluzioni puramente
tecniche, ma piuttosto di raggiungere una comprensione fondamentale di
ciò che dà significato alla vita umana e di quali valori dovrebbero orientare
le nostre vite, i cristiani posseggono un grande potenziale per introdurre il
potere liberatorio della fede in questo dialogo.

Tale comprensione aiuta ad individuare e proporre anche degli stili di vita
che siano sostenibili, secondo i quali si può assumere una responsabilità
nei confronti dell’umanità globale odierna e delle generazioni future. Il
concetto di “stili di vita” fa riferimento non solo alla vita privata degli
individui, ma anche alle comunità religiose e alle strutture socioeconomiche
all’interno delle quali ha luogo la vita dei cristiani.

A questo punto non basta emanare dichiarazioni teoriche sulla questione
ambientale. Piuttosto, è necessaria una conversione ecologica: abbiamo
bisogno di testimonianze credibili di vita cristiana.

Stili di vita sostenibili e valori cristiani

I cristiani devono prendere le distanze dallo stile di vita predominante nei
nostri paesi, che appare troppo focalizzato sul consumo ed in particolare
su un consumo sproporzionato di energia. Attraverso la pubblicità, il
mondo degli affari presenta il messaggio che possedere e consumare il
maggior numero di beni possibile sia la strada verso la felicità individuale.
Al contrario, la celebrazione della rinuncia e della vita semplice sembra
avere poca risonanza.

È quindi necessario dimostrare che l’essenza di una genuina qualità della vita, che i cristiani predicano, risulta legata al desiderio di gioia e felicità. Noi otteniamo la felicità in primo luogo attraverso buoni rapporti interpersonali con i nostri simili, con la Creazione e con Dio, il Creatore e il Redentore, l’autore di tutto ciò che è buono.

Per non venire sedotti dalla ricerca di interessi egoistici, abbiamo bisogno
di una visione più comprensiva della vita umana. Dobbiamo affrontare il
nostro tempo in modo nuovo, dovremmo, per esempio, iniziare
nuovamente a coltivare la domenica come giorno di riposo, riscoprire la
tranquillità che permette alla nostra anima di “riprendersi” e rivalutare la
celebrazione nella forma di un incontro con il bello, con cose che vanno al
di là gli orizzonti della nostra quotidianità, fino all’incontro con Dio stesso
in varie forme. Abbiamo anche bisogno di instaurare un rapporto
responsabile con gli spazi in cui viviamo: dovremmo, per esempio,
riconsiderare la nostra mobilità che, indubbiamente, implica alti livelli di
consumo energetico.


La Santa Sede ha pubblicato documenti molto importanti, di cui siamo
grati, sulla responsabilità verso il creato e sulle diverse sfide sociali del
nostro tempo. Dobbiamo anche ricordare che il Vaticano ha preso molto
seriamente tale impegno adottando appropriate buone pratiche. Per
esempio, è stato recentemente annunciato che il grande tetto della Sala
delle Udienze di Papa Paolo VI verrà attrezzato con istallazioni ad energia
solare. Sarebbe quindi un segnale importante per tutti i cristiani e per il
mondo intero se la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul
Cambiamento Climatico ed il Protocollo di Kyoto venissero ratificati anche
dalla Santa Sede o se un’enciclica sulle questioni ambientali potesse
indicare le buone pratiche di alcune chiese come esempio per le altre.
La chiesa dovrebbe anche mettersi in prima linea nell’investire i suoi fondi in
sociale d’impresa per le sue attività economiche.

Ci sono importanti documenti provenienti da Conferenze episcopali – o da
singole diocesi e ordini – riguardanti criteri per la gestione di edifici e
proprietà ecclesiastiche, per un’organizzazione ecologicamente
appropriata di grandi eventi ecclesiali e per la predisposizione di un ecobilancio
delle parrocchie. In particolare, monasteri e comunità
ecclesiastiche hanno, sia storicamente che oggigiorno, sviluppato modelli
per un rapporto sostenibile con l’ambiente.

A testimonianza di ciò, il“giorno della responsabilità per il Creato” (o tempo di responsabilità per il Creato che va dal 1 settembre fino alla festa di San Francesco di Assisi o alla giornata del Ringraziamento), introdotto da numerose Conferenze episcopali e comunità ecclesiastiche, può offrire un’occasione per una assunzione di responsabilità nei confronti del cambiamento climatico in
istituzioni educative e per progetti concreti.

Infatti, la cosa essenziale è di adattare, alle attuali circostanze, la tradizione cristiana della vita semplice e del digiuno e di orientare la propria vita secondo valori morali.
Nell’epoca presente, sta crescendo in molte persone il desiderio per una
vita alimentata da energie spirituali.
Come cristiani, dovremmo essere consapevoli che siamo chiamati a
testimoniare la speranza che ci sostiene, una speranza basata su Cristo,
perché ogni cosa è creata per Lui e sperimenta la sua perfezione in Lui. La
responsabilità ecologica rientra in questa speranza. Ciò costituisce quindi
un elemento essenziale per la fede cristiana, in relazione al creato e alla
redenzione.

Anche nel contesto ecumenico, la responsabilità ambientale è
una questione condivisa da tutti i cristiani e costituisce un’area dove
diventa possibile promuovere un impegno comune e condiviso con altre
religioni e con l’intera società.

Per visionare l'appendice del documento COMECE con i grafici potete farne richiesta all'indirizzo: segreteria@veneziastilidivita.it

 
Mercoledì, 20 Maggio 2009 Segnala l'articolo  Vers. stampa

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