Assisi: gli interventi del Patriarca Bartolomeo e altri.
Commenta Il conflitto nasce dall’indifferenza – Sua Santità Bartolomeo I Patriarca Ecumenico
Santità, Eminenze, Eccellenze, Rappresentanti delle diverse religioni del mondo, Signori e signore, cari amici, ogni dialogo autentico porta in sé i germi di una metamorfosi da realizzare. La natura di tale trasformazione costituisce una conversione che ci fa uscire dai nostri particolarismi per considerare l’altro come soggetto di relazione e non più come oggetto d’indifferenza. Perché, è dall’indifferenza che nasce l’odio, è dall’indifferenza che nasce il conflitto, è dall’indifferenza che nasce la violenza. Contro questi mali, solo il dialogo è una soluzione percorribile e a lungo termine. In quanto capi religiosi, il nostro ruolo è soprattutto quello di promuoverlo e di mostrare attraverso il nostro esempio quotidiano che noi non viviamo unicamente gli uni contro gli altri, o gli uni accanto agli altri, ma piuttosto gli uni insieme agli altri, in uno spirito di pace, di solidarietà e di fraternità. Ma per raggiungere tale scopo, il dialogo richiede un completo rovesciamento del nostro modo di essere al mondo. Sentiamo bene le voci di coloro che esaltano il protezionismo, poiché la mondializzazione porta nella propria scia una corrente relativista che genera, per opposizione, dei ripiegamenti comunitaristi e identitari, dentro ai quali si nasconde l’inimicizia. È per questo che il nostro impegno non deve limitarsi unicamente a un lavoro all’esterno delle nostre comunità, ma è opportuno che capisca anche le logiche ad intra. La nostra responsabilità risulta essere allora tanto più grande e l’organizzazione di questo incontro per la pace ad Assisi assume tutta la sua importanza. Non si tratta, come alcuni insinuano, di fare del dialogo interreligioso, un dialogo ecumenico, in una prospettiva sincretista. Al contrario, la visione che noi lodiamo nel dialogo interreligioso possiede un senso tutto particolare, che deriva dalla capacità stessa delle religioni di impegnarsi nel campo della società per promuovervi la pace. Questo è lo spirito di Assisi, questa è anche la via sulla quale il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli si è impegnato da molti anni. Ancora oggi, venticinque anni dopo il primo incontro convocato dal beato Giovanni Paolo II proprio qui ad Assisi, dieci anni dopo i drammatici eventi dell’11 settembre e nel momento in cui le «primavere arabe» non hanno messo fine alle tensioni intercomunitarie, il posto delle religioni tra i fermenti in atto nel mondo resta ambiguo. Noi continuiamo, in effetti, a temere l’accresciuta marginalizzazione delle comunità cristiane del Medio Oriente. Dobbiamo opporci alla deformazione del messaggio delle religioni e dei loro simboli da parte degli autori di violenza. Sviluppare il religioso mediante il religioso stesso, questa è l’esigenza necessaria per promuovere la dimensione umanitaria di una figura del divino che si vuole misericordioso, giusto e caritatevole. È per questo che i responsabili delle religioni devono farsi carico del processo di ristabilimento della pace. Poiché il solo modo di levarci contro la strumentalizzazione bellicista delle religioni è di condannare fermamente la guerra e i conflitti, e di porci come mediatori di pace e di riconciliazione. Santità, questi sono alcuni elementi che intendiamo portare alla riflessione generale nel quadro di questo nuovo incontro di Assisi, al convergere in favore di una riconciliazione globale dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, ma anche dell’uomo con l’ambiente. Poiché l’altruismo non può limitarsi alle sole relazioni all’interno dell’umanità. Chi dice «essere in relazione», fa riferimento anche all’esperienza estesa dell’alterità, fino alla natura stessa in quanto creazione di Dio. Il nostro dialogo è dunque riconciliazione. Tutti noi ci riconosciamo in questa espressione delle Beatitudini: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5, 9). Questa responsabilità non è semplicemente verbale, essa attende da noi che siamo fedeli alla nostra fede, fedeli al disegno di Dio sul mondo, rispondendo a ciò che egli chiede. Che noi possiamo essere i segni di questo impegno! Solo allora la pace di cui siamo alla ricerca, questo tesoro tanto caro da acquistare e purtroppo tanto facile da perdere, risplenderà nel mondo.
Preghiamo Dio Nostro Signore che accordi al mondo la sua grazia e che ci ispiri ad essere pellegrini di verità e di pace.
Gerusalemme è una sfida per tutti – Reverendo Dottor Olav Fykse Tveit Segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese
Santità, Eminenze, Eccellenze, distinti leaders religiosi, San Francesco ci offre l’ispirazione su come la fede in Dio, il dialogo aperto e l’incontro sincero possano portare a contributi significativi per una pace giusta. Il mondo ha bisogno di costruttori di pace a partire dalla fede. Le comunità di fede, come le 349 Chiese del Consiglio ecumenico delle Chiese, hanno bisogno di giovani «portatori di cambiamento» del mondo. Francesco era un giovane quando si arrese a Dio. La sua passione per la bontà della creazione e l’esempio di radicale audacia per la pace mostrano l’importanza della fede e il coraggio dei giovani. Ciò che Francesco ha compiuto da giovane, nei suoi vent’anni, è per noi un richiamo salutare all’importanza del ruolo che i giovani devono e possono svolgere sia nelle comunità di fede sia nel più ampio contesto sociale. Senza questo, non saremmo qui oggi. Anche oggi, la pace nel mondo richiede le idee e il contributo dei giovani. Un grande ostacolo a una pace giusta è oggi rappresentato dall’alto livello di disoccupazione tra i giovani in tutto il mondo. Si ha la sensazione che stiamo mettendo in gioco il benessere e la felicità di una generazione. Abbiamo bisogno della visione e del coraggio dei giovani per i cambiamenti necessari. Vediamo come i giovani guidino oggi i processi di democratizzazione e di pace in molti Paesi. Anche quando essi diventano vittime della violenza e del terrore, com’è accaduto nel mio Paese, la Norvegia, quest’anno. Dobbiamo riconoscere che non siamo sempre stati capaci nel dare il giusto tributo e nel sostenere l’apporto che i giovani possono offrire nelle nostre comunità. Noi anziani qui presenti abbiamo bisogno di lavorare insieme per la pace tra generazioni e di dare ai giovani in tutto il mondo una reale speranza per il futuro. Il mondo ha bisogno di incontri tra i capi delle comunità religiose. Nel mezzo di una guerra di cui Gerusalemme era la meta finale, Francesco venne per condividere esperienze di fede con il sultano in Egitto. Come molti crociati, egli venne per convertire l’altro. Si trovò invece cambiato, convertito, lui stesso. Siamo qui per lasciare che la conversione di Francesco ci parli e per fare sì che la conversazione tra di noi divenga una sorgente di giustizia e di pace. C’è da guadagnare di più mediante il rispetto per l’altro. Una pace sostenibile richiede che vi sia uno spazio, uno spazio sicuro e senza pericoli, non solo per me, ma anche per l’altro. I cristiani devono ricordarsi che la croce non è per le crociate, ma è un segno di come l’amore di Dio abbracci tutti, anche l’altro. Per il Consiglio ecumenico delle Chiese un preciso impegno per i prossimi anni sarà quello di lavorare per una pace giusta a Gerusalemme e per tutti i popoli che vivono in Gerusalemme e attorno a quella città che ha Shalom – Salaam nel suo nome. È la città che per il suo nome è chiamata ad essere una visione di pace, ma che nel corso della storia è divenuta così spesso un luogo di conflitto. Mentre visitavo il Pakistan qualche giorno fa, mi sono reso conto di come altri popoli stiano soffrendo a motivo di scontri tra interessi diversi, come conseguenza del fatto che i conflitti attorno a Gerusalemme non sono ancora risolti. Questa città, santa per ebrei, cristiani e musulmani, è un simbolo visibile del nostro anelito, dei nostri migliori e più alti desideri, del nostro amore per la bellezza e del nostro desiderio di servire Dio. Ma è anche un potente richiamo a come le cose migliori possano anche volgersi al peggio. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno trovato così difficile amare senza cercare al tempo stesso di possedere in maniera esclusiva.
Preghiamo, come leaders religiosi, per la giustizia e la pace per Gerusalemme e per tutti coloro che là vivono. In un modo misterioso, Gerusalemme non si limita a svelarci queste realtà circa la condizione umana, ci sfida anche a confrontarci con esse. I cristiani credono che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio, affermando di conseguenza l’inalienabile dignità umana di ogni persona e l’unità dell’umanità. Siamo chiamati a partecipare al ri-stabilimento della pace per Gerusalemme per ri-creare e riparare il mondo di Dio. Siamo responsabili davanti a Dio e gli uni davanti agli altri della pace nel nostro tempo e di ciò che diciamo o che non diciamo per raggiungerla. Seguiamo insieme l’esempio di san Francesco e di altri, giovani e vecchi, uomini e donne, per suscitare fra noi il coraggio di costruire una pace giusta.
Un’unica radice sotto tutti i rami – Sua Grazia Dottor Rowan Douglas Williams Arcivescovo di Canterbury
Vostra Santità, Santità, Beatitudini, Fratelli e sorelle in Cristo, cari amici. È un grande onore essere con voi a celebrare l’anniversario della prima giornata di preghiera per la pace tenutasi in questo luogo sotto la guida del beato Giovanni Paolo II. Il defunto Pontefice credeva fermamente che la cura degli esseri umani per la giustizia e la stabilità nella nostra epoca richiedeva una testimonianza comune da parte delle persone religiose, escludendo ogni compromesso circa le proprie particolari convinzioni e tradizioni. Gli anni trascorsi da quel primo raduno hanno confermato questa convinzione nel modo più deciso possibile. Le sfide del nostro tempo sono tali che nessun gruppo religioso può pretendere di avere tutte le risorse pratiche di cui ha bisogno per affrontarle, anche se siamo convinti di avere tutto ciò di cui necessitiamo nel campo spirituale e dottrinale. Di tal maniera, noi non siamo qui per affermare un minimo comune denominatore di ciò che crediamo, ma per levare la voce dal profondo delle nostre tradizioni, in tutta la loro singolarità, in modo che la famiglia umana possa essere più pienamente consapevole di quanta sapienza vi sia da attingere nella lotta contro la follia di un mondo ancora ossessionato da paura e sospetti, ancora innamorato dell’idea di una sicurezza basata su di una ostilità difensiva, e ancora in grado di tollerare o ignorare le enormi perdite di vite tra i più poveri a causa di guerre e malattie. Tutti questi fallimenti dello spirito hanno la loro radice in larga misura nell’incapacità di riconoscere gli estranei come persone che condividono con noi l’unica e medesima natura, l’unica e medesima dignità della persona. Una pace duratura inizia là dove noi vediamo il nostro prossimo come un altro noi stessi – e dunque iniziamo a comprendere perché e come dobbiamo amare il prossimo come noi stessi. Per i cristiani, il cuore di tutto ciò è la convinzione che in Gesù di Nazareth Dio stesso si identifica con la natura umana, e quindi con ogni singola persona umana. Ogni volto, ora, appare in maniera diversa, per il fatto che Dio ha preso un volto umano. Nel nostro prossimo riconosciamo non solo qualcuno che ha in sé l’immagine di Dio in virtù della creazione, ma qualcuno che ha in sé anche la possibilità di portare la somiglianza di Gesù Cristo in virtù della nuova creazione. E se così è, non possiamo più, in ultima analisi, essere degli estranei. Ciò che interessa la vita di qualunque persona o comunità, interessa la vita di tutti. Tutti gli uomini religiosi hanno in comune la convinzione che noi, in ultima analisi, non siamo estranei gli uni agli altri. E se non siamo estranei, dobbiamo prima o poi trovare il modo di concretizzare tale reciproco riconoscimento in relazioni di amicizia vere e durature. Siamo qui oggi per dichiarare la nostra volontà – o piuttosto la nostra appassionata determinazione – a persuadere il nostro mondo che gli esseri umani non devono essere degli estranei, e che il riconoscimento è tanto possibile quanto necessario a motivo della nostra universale relazione con Dio. Termino citando alcuni versi di un grande poeta cristiano della mia terra del Galles, Waldo Williams, maestro, uomo di profonda preghiera ed attivista per la pace nella sua vita adulta. Egli ha scritto un poema intitolato «Cos’è l’uomo?», e questi sono i versi iniziali:
Cosa significa essere vivi? Dimorare in una grande sala tra strette mura Cosa significa riconoscere? Trovare un’unica radice al di sotto di tutti i rami. Cosa significa avere fede? Rimanere quieti al focolare finché siamo pronti a ricevere il nostro ospite. Cosa significa perdonare? Trovare una via tra le spine per stare accanto al nostro vecchio nemico.Possa Dio aiutarci a rispondere a queste domande in questa maniera, con le nostre parole e con la nostra testimonianza.
Un più profondo rispetto per la natura – Professor Wande Abimbola, Awise Agbaye Portavoce della religione Ifu e Yoruba nel mondo
Permettetemi anzitutto di esprimere la mia profonda riconoscenza al Santo Padre, Papa Benedetto XVI, per avermi invitato a partecipare alla giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la giustizia e la pace nel mondo. Sono sicuro di parlare anche a nome dei capi e dei seguaci delle religioni indigene d’Africa, e più in generale del mondo, nel dire che sono molto lieto di essere incluso in un momento così importante e storico. Possa il Santo Padre crescere sempre più in forza, compiere la sua missione e il suo destino verso i popoli del mondo. In secondo luogo, porto l’omaggio e il saluto da parte dei popoli d’Africa e dei membri della religione yoruba nel mondo, di cui sono portavoce.
Sono un portavoce di coloro che mi hanno inviato. Non sto parlando da me stesso. L’autorità spirituale con cui parlo appartiene a coloro che mi hanno mandato. È venuto il tempo per i leaders di tutte le religioni del mondo di avere un nuovo quadro concettuale in cui alle religioni indigene venga dato lo stesso rispetto e considerazione delle altre religioni. Non possiamo avere pace nel mondo quando non rispettiamo, abusiamo, o disprezziamo i nostri vicini. Una condizione fondamentale per la pace, perciò, è che tutte le persone di fede abbiano rispetto e amore le une per le altre. Relazioniamoci alle persone per il carattere che hanno, non sulla base della religione che praticano o della denominazione cui appartengono. Lavoriamo tutti insieme per un maggiore rispetto, amore e giustizia, mentre al tempo stesso ci manteniamo fedeli alle dottrine delle religioni che abbracciamo. Dobbiamo sempre ricordarci che la nostra propria religione, così come le religioni praticate da altra gente, sono valide e preziose agli occhi dell’Onnipotente, che ha creato tutti noi con questa diversità e pluralità di vie di vita e di sistemi di credenza. Non è sufficiente rispettare il nostro prossimo, uomini e donne. Abbiamo bisogno di sviluppare anche un profondo rispetto per la natura. Sino a quando alla natura, nostra Madre, non verrà dato il giusto rispetto e onore nei nostri pensieri e azioni, gli esseri umani non potranno trovare la vera pace e la tranquillità che noi tutti andiamo cercando. Non solo, se continuiamo sullo stesso sentiero di non rispetto e distruzione della natura sul quale abbiamo camminato per secoli, quel sentiero può portarci solo al disastro.Chi siamo
Citazione
Tutti dovrebbero avere eguali opportunità. Assicurato questo, ogni essere umano avrebbe le stesse possibilità di crescita spirituale.
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