Elisabetta Ribet Pastora Valdese alla Festa del Creato

Elisabetta Ribet, pastora della chiesa valdese-metodista di Venezia, Mestre e Conegliano

[...] a Conegliano la nostra chiesa è meticcia, afroitaliana (ghanese in particolare), e meticcia era quella in cui servivo prima a Palermo (afroitaliana di diverse provenienze dell’Africa).

Come chiesa protestante in Italia è prioritario, è parte integrante della nostra confessione di fede, il discorso dell’accoglienza, dell’interculturalità e del dialogo tra le differenti culture, perché questo per noi è parte integrante dell’essere testimoni di Gesù Cristo.

Lo dicevano autorità più autorevoli di me quando scrivevano i testi del Nuovo Testamento “chi dice di amare Dio e poi odia suo fratello non è adatto al Regno”, quindi questo “lavoro” del costruire l’amore per il diverso – e di fare i conti con il fatto che a volte il diverso, la diversa siamo noi stessi rispetto a una norma che non è sempre così piacevole – è una sfida che fa pare della vocazione dei credenti in Gesù Cristo. [...]

Mi è sembrato bello evidenziare tre tipi di figure, tre tipi di ospite nel Nuovo Testamento:

Gesù: Gesù per primo si fa ospitare; Gesù lo vediamo ospite a tavola (buona forchetta! Per questo gli si vuole bene, no?), ospite in casa delle persone molto spesso, ospite peraltro scandaloso perché andava a casa di persone nelle quali  i cosiddetti “normali” non andavano molto volentieri, dai pubblicani, dai farisei, dalla gentaglia insomma. Gesù è ospite.

La chiesa: la chiesa è ospite, è ospite la comunità dei credenti e quindi in generale possiamo dire che in quanto esseri umani siamo ospiti.

Ora questi tre soggetti qua mi hanno fatto venire in mente tre parole.

Gesù quando è ospite è un  ospite che visita. [...] Cosa nasce da questi incontri? [...]. Dagli incontri con Gesù, quando soprattutto è Gesù che va a casa delle persone nasce la metanoia, la conversione. E quando Gesù incontra le persone molto spesso se non c’è solo conversione c’è anche guarigione. Gesù incontra la persona sofferente, la guarisce e questo provoca un cambiamento radicale  - mi auguro e spero che molti di noi possano fare memoria della loro esperienza;  possiamo provare a identificare nella nostra vita più o meno passata un momento in cui l’incontro con la parola di Dio, con Gesù, con il Vangelo ci ha cambiato l’esistenza, ci ha fatto fare delle domande che fino a quel momento non osavamo farci e neanche pensato di porci.

Una visita di solito ha una durata breve, Gesù di solito fa l’ospite, è ben educato: arriva in casa, sta qualche tempo e poi va via. Questo è un primo tipo di ospitalità ricevuta da Gesù, una visita di breve durata ma di lunghissimo, inesorabile cambiamento. Chi incontra Gesù una volta nella sua vita non può dimenticarlo.

Questo provoca effetti a catena, reazioni a catena e nasce la chiesa nascono le comunità. Paolo di Tarso è un altro con tutti i discepoli e tutti gli apostoli che viaggia molto. Il Nuovo Testamento ci racconta dei molti  viaggi di Paolo e dei suoi fratelli per costruire chiese, per fondarle, per portare la  parola di Dio in giro ecc., e questo tipo di viaggio non è più questa visita breve di due-tre giorni. Forse Paolo si faceva meno remore! Lui aveva dei progetti e provava a far nascere cose più durature cose più incarnate, sociologicamente visibili che sono  le prime comunità cristiane. Paolo andava nelle case, anche lui – e forse questo lo dimentichiamo spesso. La casa è il  luogo d’incontro prioritario almeno dal punto di vista cronologico; nella bibbia prima di tutto le persone si incontrano nelle case e nelle strade, le chiese… mah uno farà in tempo anche dopo, ma molto dopo.

Quando è la chiesa a essere soggetto di ospitalità, quando la chiesa viene ospitata è la chiesa che va in missione. La parola greca in questione potrebbe essere evanghelion, evangelo, la buona notizia. Ma che stiamo a fare qua? Perché oggi partiamo a raccontare delle cose e siamo nel 2011 ancora a parlare di Gesù Cristo, dell’Antico e del Nuovo Testamento, del dialogo tra le fedi, le culture? Perché probabilmente c’è quella che  un tempo avevano chiamato la buona notizia, l’evangelo, che continua a esistere, che continua ad essere, che continua ad avere un potenziale di cambiamento di costruzione che nell’ospitalità e che nell’essere accolti spesso nasce, comincia a germogliare.

Quanti si sono sentiti membri di una chiesa la cui presenza non è scontata? [...] Questo per i valdesi è normale, è ovvio che io debba dare spiegazioni sulla diversità cristiana. La chiesa è una realtà che viene ospitata, “voi non siete del mondo ma nel mondo”. Di questo dobbiamo fare memoria: siamo sempre ospiti e quando la chiesa si conforma, si lascia trascinare dal quello che è normale nel mondo allora forse perde molto del suo essere chiesa della sua vocazione e quindi di conseguenza della sua credibilità.

Su questo noi forse come chiesa minoritaria siamo stati più stimolati, a volte anche pesantemente stimolati. Penso qualunque realtà di fede, qualunque chiesa, ma anche qualunque realtà di associazione, i gruppi umani che hanno qualche progetto di presenza nella società devono, come diceva Martin Lutero, sempre riformarsi, sempre ripensarsi con le parole evangeliche, verificare se sono sale della terra e luce del mondo. Se siamo utili siamo chiesa, se siamo inutili siamo una simpatica istituzione con dei begli stabili, dei bei monumenti, con una storia interessante ma non siamo più una chiesa: L’ekklesia è qualcosa che è profondamente legato alla vocazione alla chiamata, alla chiamata per qualcosa. Uno dei grandi insegnamenti che mi ha fatto uno dei fratelli della chiesa di Palermo qualche anno fa, un ragazzo ghanese, a un certo punto facendo una meditazione disse: ma i vostri genitori quando eravate piccoli vi chiamavano, e quando una mamma chiama suo figlio o sua figlia non lo chiama perché poi rimanga lì fermo a guardarla. Mamma ti chiama perché tu vada a fare questo, vai a fare quello, aiutami a… Se Dio che chiamiamo padre ci chiama, non ci chiama perché poi noi rimaniamo lì fermi  a contemplare e a dire sono qui. Una chiamata non serve, non esiste se non ha  una reazione, una missione, una concretizzazione. Quindi se siamo chiese ospiti, siamo in missione per forza e la missione non può  voler dire violenza sull’altro, non può voler dire sono la chiesa giusta che ha ragione e adesso tu fai quello che dico io. Oltre al mio Dio, ho anche la mia cultura, il mio modo di essere,  di pregare. 

 Quanti di noi hanno esperienze,  nel contesto della propria chiesa, di altre culture, con altri fratelli africani, dell’est-europeo. Il modo di pregare è molto diverso a volte. Il modo di esprimere la propria fede è diverso. Spiegare a Conegliano che c’è una cricca di ghanesi scatenati che arrivano con una batteria, bonghi, tastiera e pregano facendo tremare le mura di questa piccola chiesa è difficile perché per noi pregare gridando non funziona, è qualcosa a cui non siamo abituati . “I pentecostali pazzi gridano  quando pregano, gli africani gridano ma noi che siamo persone perbene  quando ci rivolgiamo al nostro Dio stiamo zitti, perché non c’è mica bisogno di gridare se Dio è onnipotente”, questo è a volte il ragionamento che facciamo.

La chiesa che accoglie è una chiesa che per prima cosa si ricorda, fa memoria ogni giorno del fatto di essere stata accolta. Da Dio per prima,  dalle altre realtà, dalla società e quindi questo deve metterla in discussione, tanto quanto  la persona singola.

L’essere umano:  terzo soggetto dell’accoglienza. L’essere umano in quanto tale, e qua arriviamo alla festa del creato. L’essere umano è ospite su questa terra. Ci viene detto anche in questo  che l’essere umano è stato costituito custode della terra, non padrone  e signore. Qua entriamo nel campo dell’etica, nel campo della koinonia; Koinonia significa vivere insieme, significa tener presente che tutto quello che succede, in qualunque parte del mondo succeda, mi coinvolge più o meno direttamente. Che non è un banale discorso noglobal [...]. Quello che succede a una parte del corpo fa soffrire tutto il corpo, quello che succede nel Delta del Niger adesso, la marea nera n. …  e le persone che cercano  di recuperare la loro terra per poterla rendere fertile e non soffocata da un mare di petrolio – che peraltro loro non usano, lo usiamo noi -, è un qualcosa che coinvolge tutti. Allora koinonia è anche questo; significa l’attenzione alla reciprocità, essere umani significa in quanto tale essere ospiti.

Queste sono le tre parole: Gesù, ci invita alla metanoia in un incontro di breve durata e ci cambia radicalmente la vita; la chiesa pratica la missione, porta l’evanghelion, la buona parola e in questo prova  a costruire qualcosa che vada al di là delle generazioni fra noi umani. In tutto questo siamo uniti dal fatto che siamo tutti creature, essere umani, abitiamo tutti sullo stesso pianeta e che in questo siamo chiamati anche e non solo a conservare il nostro piccolo orto ma a tenere d’occhio il più possibile tutto il pianeta e non soltanto la nostra parte.

Questo cosa significa lavoro, significa fatica perché amarsi gli uni gli altri,  costruire un mondo di pace, di dialogo  – sono parole bellissime che suonano molto bene, sono molto romantiche -, mettere in pratica questo, e lo vediamo tutti i giorni qui da noi nella nostra regione, nel nostro paese, è assolutamente diverso dal parlarne. L’accoglienza, l’ospitalità, l’attenzione al creato sono dei lavori, delle fatiche, sono delle sfide, però penso che siano parte integrante della nostra vocazione di cristiani.

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