UNA STANZA TUTTA PER GLI ALTRI

Lo slogan della Festa del Creato celebrata nel parco archeologico di Quarto d’Altino era: “Per una terra ospitale educhiamoci all’accoglienza”. E nella festa si è capito che la sfida cui siamo chiamati come singoli e come chiesa è quella di saper “costruire una stanza tutta per gli altri” e che questo è il nostro preciso dovere. Impegno e fatica sono compensate dall’opportunità e dalla forza che derivano dall’aprirsi all’altro.

La Festa, promossa da una rete di uffici pastorali del Patriarcato (il Servizio diocesano per gli Stili di Vita, l’Ufficio catechistico e quello missionario, la Caritas diocesana e la Pastorale sociale e del lavoro), è stata aperta con l’eucarestia concelebrata da don Danilo Barlese (moderator curiae) da don Nandino Capovilla (coordinatore nazionale di Pax Christi) e da don Gianni Fazzini (direttore del Servizio diocesano per gli Stili di vita) nella chiesa parrocchiale di Altino.

Nel pomeriggio invece si è svolta la tavola rotonda sul tema  “Una terra ospitale”. Lo scenario del parco, la partecipazione intensa e numericamente consistente hanno favorito il dibattito in cui le differenze dei punti di vista sono risultate le note di un unico spartito.

Elisabetta Ribet – pastora della chiesa valdese-metodista di Venezia, Mestre e  di  Conegliano dove la comunità è meticcia, afroitaliana, ghanese in particolare – ha messo in risalto l’ospitalità nel Nuovo Testamento. Gesù per primo si fa ospite e ci invita alla metanoia in un incontro che ci cambia radicalmente la vita; la chiesa, anche’essa ospitata, pratica la missione, porta l’evanghelion, la buona parola che continua ad avere un potenziale di cambiamento e di costruzione che nell’ospitalità e nell’essere accolti spesso comincia a germogliare Vivere la koinonia significa vivere insieme,  e significa pure tener presente che tutto quello che succede in qualunque parte del mondo mi coinvolge. In questo siamo chiamati anche e non solo a conservare il nostro piccolo orto ma a tenere d’occhio il più possibile tutto il pianeta. Su questo ha senso faticare  perché amarsi gli uni gli altri,  costruire un mondo di pace, di dialogo, l’accoglienza (anche di modi diversi di pregare), l’ospitalità, l’attenzione al creato sono parte integrante della nostra vocazione cristiana e della nostra condizione umana.

Bach Abdallah, presidente della comunità islamica di Venezia, facendo presente che nella moschea di Marghera sono presenti ventisette nazionalità, una presenza quindi fatta di molti colori, ha spiegato come nell’Islam la pratica dell’ospitalità sia una virtù diffusa e di come sia un dovere per ogni musulmano onorare l’ospite, musulmano e non, tanto da riservare una camera o un’ala della casa solo a questo scopo.

Ma cosa vuol dire oggi essere ospitale, vivere insieme da diversi? A questo interrogativo si è cercato di rispondere nel dibattito successivo aiutati da due testimonianze. Gabriele Risica, da primario di Cardiologia a Venezia a medico di Emergency, ha ricordato i principi su cui si fonda l’azione dell’Ong: gratuità delle cure e accoglienza di chiunque abbia un bisogno sanitario. Vista la sua esperienza come “scienziato-giramondo” in cerca di formazione, Risica ha sottolineato come non ci siano solo situazioni di accoglienza o di rifiuto ma anche, e soprattutto, tanta indifferenza. Domenico Maffeo, volontario con i senza dimora nella stazione di Mestre, ha raccontato come la sua inquietudine lo ha portato al lavoro di strada e al desiderio di vivere una vita comunitaria aperta all’accoglienza, per “non accontentarsi di fare un servizio per, ma per imparare a costruire uno stile che diventi un vivere con”, a vivere promuovendo “segni di discontinuità”. Al dibattito ha partecipato anche un gruppo di giovani migranti fuggiti dalla Libia e che sono stati accolti nel nostro territorio dopo essere passati per Lampedusa.

E mentre i grandi dialogavano, bambini e ragazzi guidati dagli animatori di “Prospettiva Creativa”,  hanno realizzato con materiali di riciclo “il giardino dell’accoglienza” e “il grande albero delle differenze”.

La giornata si è conclusa con la preghiera ecumenica guidata dal pastore luterano Berndt Prigge, che come tutti i partecipanti, ha portato un po’ di terra “di casa” (dalla sua Germania) per “piantare il seme della pace”. Una terra ospitale, infatti, è una terra “viva”, capace di mescolare elementi diversi e complementari, una vigna da custodire con responsabilità.

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