CAMBIAMENTO CLIMATICO: IL PUNTO DI VISTA CRISTIANO

LE IMPLICAZIONI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SUGLI STILI DI VITA
E SULLE POLITICHE DELL’UNIONE EUROPEA

Rapporto COMECE ( Commissione dei Vescovi presso la Comunità Europea) ai Vescovi

PRIMA PARTE
INTRODUZIONE

Il cambiamento climatico si presenta come una crescente minaccia per il
benessere dell’umanità per le generazioni presenti e future. Infatti, esso si
sta sempre di più imponendo come una questione di sopravvivenza per
una gran parte del genere umano. La comunità scientifica è fortemente
convinta che il cambiamento climatico in atto sia stato principalmente
causato dall’aumento nelle emissioni di gas serra (GHG) e dallo
sfruttamento incontrollato delle risorse naturali dovuto agli stili di vita
delle società industrializzate, ai sistemi economici e sociali che ne sono
alla base e alla crescente pressione posta su persone e risorse in
particolare nei paesi in via di sviluppo.

Per la maggior parte della storia umana si è assistito ad una tacita
accettazione della necessità di sfruttare l’ambiente per creare un mondo
funzionale a soddisfare i nostri bisogni riguardo a cibo, casa, trasporti e
tecnologia. La tecnologia ci ha dato gli strumenti per dominare sempre di
più il mondo naturale. Dobbiamo riconoscere che gli attuali insostenibili
stili di vita ad alto uso di risorse dei paesi industrializzati non possono
essere alla portata di tutte le persone del mondo e rischiano altresì di
pregiudicare la capacità stessa del pianeta di sostenere coloro che
verranno dopo di noi.

Indipendentemente dal fatto se sia già stato o no raggiunto il picco del
petrolio – o come alcuni sostengono il “picco di ogni cosa” – la capacità di
assorbimento dei gas serra da parte dell’atmosfera raggiungerà ben
presto i suoi limiti e si porrà l’urgenza di un’azione immediata a tutti i
livelli. Se non iniziamo ora a perseguire una seria riduzione delle emissioni
di gas serra, allora i costi di mitigazione e adattamento aumenteranno in
maniera esponenziale e alcuni danni, come l’estinzione di specie naturali,
risulteranno irreversibili.

Il cambiamento climatico è una questione cruciale per tutto il Creato. Si
tratta, in particolar modo, di una questione di giustizia intra- e intergenerazionale.

È parte importante del credo cristiano la convinzione che il
mondo sia un’eredità della bontà, della bellezza e della potenza di Dio e
che noi abbiamo la responsabilità di salvaguardarlo. Qualunque minaccia
causata dall’azione umana al funzionamento della nostra fragile casa
planetaria rappresenta quindi un rifiuto delle nostre responsabilità etiche
fondamentali ed un pericolo alla rete della vita cui siamo intimamente
collegati.

Facendo seguito a precedenti interventi sulla salvaguardia del creato,
Papa Giovanni Paolo II ha dedicato il suo messaggio per la pace del 1990
alla responsabilità verso il creato. Nella sua lettera apostolica Ecclesia in
America, pubblicata nel 1999, Papa Giovanni Paolo II ha elencato tra i
“peccati sociali che gridano al Cielo” la distruzione irrazionale della natura
ed, in particolare, l’incontrollata emissione di gas serra, nonché la
distruzione sistematica delle foreste pluviali.

Papa Benedetto XVI nella sua lettera del settembre 2007 sottolineava
specificamente che: “La conservazione dell’ambiente, la promozione dello
sviluppo sostenibile e una particolare attenzione ai cambiamenti climatici
sono questioni di grave preoccupazione per l’intera famiglia umana.
Nessuna nazione, nessun dominio economico può evitare di riconoscere le
implicazioni etiche legate all’intero sviluppo economico e sociale”. Durante
la cerimonia inaugurale per la Giornata Mondiale della Gioventù, il 17
luglio 2008, Papa Benedetto XVI sottolineò che “le meraviglie del Creato ci
ricordano la necessità di proteggere l’ambiente e di esercitare una
salvaguardia responsabile dei beni della Terra” e la necessità “di riflettere
sul tipo di mondo che stiamo lasciando in eredità alle generazioni future”.

In quest’ambito, occorrerebbe fare riferimento anche al Compendio della
Dottrina Sociale della Chiesa redatto dal Consiglio Pontificio per la
Giustizia e la Pace e pubblicato nel 2004. In questo documento l’intero
capitolo 10 è dedicato ai problemi ambientali e, al paragrafo 470, in
relazione ai cambiamenti climatici, si afferma che: “Il clima è un bene che
deve essere protetto e che ricorda ai consumatori e a coloro che sono
impegnati in attività industriali di sviluppare un maggiore senso di
responsabilità rispetto ai loro comportamenti”.

Recentemente anche numerose Conferenze Episcopali si sono soffermate
sulla questione del cambiamento climatico. Tali incontri hanno, a loro
volta, portato alla stesura di documenti che affrontano in generale la
responsabilità verso il Creato, in particolare, la Conferenza Episcopale
degli Stati Uniti con un documento del 2001 intitolato “Cambiamento climatico globale” e la Conferenza Episcopale tedesca con un esteso documento specifico sul tema “Cambiamento Climatico: attenzione verso la giustizia globale, inter-generazionale e ecologica”.
Altre Conferenze Episcopali stanno tuttora lavorando su documenti simili o hanno
organizzato dei seminari di studio sull’argomento.

In termini ecumenici, oltre ad affermare che la responsabilità verso il
Creato “dovrebbe essere osservata e promossa come parte integrante
della vita della Chiesa a tutti i livelli” (Graz, raccomandazione per azione
n.5), il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ha anche annunciato un
“Programma per il Cambiamento Climatico” e, a livello europeo, le tre
Assemblee Ecumeniche Europee tenute fino ad oggi (a cominciare da
Basilea,1989; Graz, 1997 e Sibiu, 2007) hanno posto particolare enfasi
sulla necessità che i cristiani adottino e promuovano stili di vita sostenibili
“in grado di invertire il nostro contributo al cambiamento climatico”, come
citato nella raccomandazione n. 10 di Sibiu.

Tuttavia, la questione va oltre il cambiamento climatico: esso è
semplicemente un sintomo visibile della insostenibilità del nostro modo di
vita. Affrontare la sfida del cambiamento climatico deve quindi essere
vista nel contesto della sostenibilità in un mondo giusto, che offra un
eguale senso di benessere alle persone di tutto il mondo e di tutte le
generazioni dell’umanità.

1. DATI SCIENTIFICI SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO E PROIEZIONI PER IL FUTURO

Un quadro di inequivocabile evidenza rispetto ad un progressivo
cambiamento climatico sta emergendo in molte parti del mondo, Europa
inclusa. L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change
(IPCC) – struttura coordinata dalle Nazioni Unite che coinvolge oltre 2000
scienziati di tutto il mondo – è stato sottoscritto da quasi tutti i governi del
mondo e solleva importanti questioni morali ed etiche, non solo per i
cristiani, ma per tutti coloro che sono preoccupati per l’armonia della
creazione di Dio (si vedano i messaggi chiave nell’Appendice all’ultimo
rapporto del IPCC).

Cambiamenti climatici osservati
Il clima cambia naturalmente nel tempo in risposta a fattori interni ed
esterni. Tuttavia, di grande significato per il clima di oggi sono i
cambiamenti che avvengono nella composizione dell’atmosfera. I gas
serra (GHG), quali anidride carbonica, metano e protossido di azoto,
esercitano un’influenza di enormi proporzioni sulla temperatura della
Terra. Misurazioni derivate da un innumerevole numero di fonti, tra cui le
bolle di aria intrappolate all’interno del ghiaccio profondo, dimostrano che
la concentrazione di gas serra è aumentata, come risultato delle attività
umane, al più alto livello degli ultimi 650.000 anni.

Via via che sono cresciute la conoscenza e la comprensione delle attività
atmosferiche, il tono dei rapporti dell’IPCC è divenuto progressivamente
più sicuro e il convincimento, che il cambiamento climatico sia oggi
causato dall’azione umana, è diventato sempre più inequivocabile. Al
momento della pubblicazione del IV Rapporto di Valutazione nel 2007,
questa convinzione si era già trasformata quasi in una certezza: “La
maggior parte degli aumenti medi di temperatura osservati a livello
globale a partire dalla metà del XX secolo è molto probabilmente dovuta
all’aumento osservato della concentrazione di gas serra di origine
antropica”. In questo contesto molto probabilmente indica una probabilità
maggiore del 90%.

Il dibattito sulla questione se la Terra si stia scaldando o no è oggi
concluso. Il riscaldamento è stato dimostrato in maniera indiscutibile da
una grande varietà di fonti e prove scientifiche tra cui le osservazioni da
superficie e da satellite, lo scioglimento della copertura nevosa e deighiacci e l’innalzamento del livello del mare. Tra i dati più significativi
riportiamo quelli che maggiormente attestano l’accelerazione subita dal
cambiamento climatico.

· Gli ultimi 50 anni sono stati tra i più caldi degli ultimi 1300 anni
nell’emisfero settentrionale con 11 dei 12 anni più caldi registrati
a partire dal 1995.

· La temperatura media degli oceani è aumentata fino alla
profondità di 3 km. Tale riscaldamento ha causato l’espansione
dell’acqua salata, contribuendo di conseguenza all’innalzamento
del livello del mare. La media dell’innalzamento del livello del
mare è salita, nell’ultimo decennio, a 3,1mm/anno.

· Le temperature artiche sono aumentate di circa il doppio rispetto
alla media del secolo scorso. Ciò ha comportato la riduzione di
circa il 7% di quella porzione di suolo ghiacciata stagionalmente
nell’emisfero settentrionale e una progressiva riduzione del 7,4%
per ogni decennio del ghiaccio artico estivo.

· Si registrano cambiamenti significativi anche nelle precipitazioni.
Un aumento delle precipitazioni è evidente nell’Europa
settentrionale e nell’Asia centrale e settentrionale, nonché nelle
regioni orientali dell’America settentrionale e meridionale. Una
riduzione nelle precipitazioni si registra nelle aree del Sahel, del
Mediterraneo, dell’Africa meridionale e in alcune parti dell’Asia
meridionale.

· Si notano cambiamenti evidenti nella frequenza di eventi estremi
quali tempeste, alluvioni, siccità e ondate di calore. Si è
registrato, fin dagli anni ’70, un aumento nell’attività di forti
uragani nell’Atlantico. Aree dell’Europa hanno sperimentato
ondate di calore con conseguenze fatali e alluvioni catastrofiche.
Un indizio di ciò è stato il caldo anomalo registrato nell’estate
2003 nell’Europa occidentale e centrale che ha causato la morte di
almeno 35.000 persone.

Questi cambiamenti si sono verificati in maniera estremamente veloce.
Mentre un piccolo gruppo di scettici resta ancora convinto che le attività
umane non siano da annoverare tra i motivi principali, la stragrande
maggioranza della comunità scientifica concorda che i processi naturali
non siano la causa del recente riscaldamento. Ma anche se dovessero
rimanere alcuni dubbi, il principio di precauzione afferma che dovremmo
comunque ridurre le emissioni di gas serra e modificare i nostri stili di vita
in modo da non mettere a rischio le possibilità delle future generazioni di
affrontare i problemi che le attuali generazioni hanno in gran parte creato.

Sta crescendo la pressione sulle politiche riguardanti il clima
L’IPCC ha confermato che, nel periodo 1970-2004, le emissioni di gas
serra sono aumentate del 70%. A fianco della continua crescita della
emissioni di gas serra da parte dei paesi industrializzati, stanno
diventando sempre più importanti quelle dei paesi in transizione, in
particolare Cina e India. I tassi di crescita in questi paesi superano, già
oggi, di gran lunga quelli degli Stati Uniti e dell’Europa. Ciononostante,
Europa e Stati Uniti da soli contano per più della metà delle emissioni di
CO2 a livello mondiale a partire dalla rivoluzione industriale e quindi
risultano responsabili per la maggior parte del cambiamento climatico
dovuto alle attività antropiche.

Sebbene il consumo di energia per unità di prodotto nazionale e la
quantità di carbonio usata per la produzione di energia siano diminuite,
questi fattori di riduzione delle emissioni sono stati di gran lunga annullati
dalla crescita sia della popolazione mondiale che della produzione. Se le
politiche sul clima continueranno ad essere portate avanti “business as
usual”, un’ulteriore crescita nella popolazione e nella produttività del
lavoro a livello mondiale condurrà ad un notevole aumento delle emissioni
di gas serra. Una particolare attenzione deve essere posta sulle emissioni
di CO2 derivanti dalla deforestazione della foresta pluviale, che già
contano per il 20% delle emissioni globali, sempre di CO2.

La diagnosi finale del IV Rapporto di Valutazione è quindi: “Non siamo sulla strada giusta!”. Ne consegue che sono necessari sforzi considerevoli al fine di
“de-carbonizzare” l’economia. Le emissioni globali diminuiranno solo se la
riduzione dell’intensità d’uso di carbonio e di energia sarà più veloce della
crescita della popolazione mondiale e della produttività.
Nessun paese industrializzato ha finora dimostrato di essere in grado di
“disaccoppiare” in modo permanente la propria crescita economica
dall’emissione di gas serra.

È prevedibile che i paesi emergenti dal punto di vista economico come Cina e India – ma anche quelli con accesso diretto al carbone come Stati Uniti e Russia – produrranno sempre più energia a partire da carbone marrone e nero, combustibili fossili che producono ancor più gas serra del petrolio e del gas che fino ad oggi hanno alimentato la maggior parte della crescita economica in Europa e Stati Uniti.

All’attuale tasso di crescita, nella logica di un approccio
“business as usual”, anche se l’efficienza energetica fosse ulteriormente
aumentata e l’uso di risorse non rinnovabili e dell’energia nucleare
crescesse come prospettato, ciò non basterebbe a provocare un
“disaccoppiamento” permanente della crescita economica dalle emissioni.

Proiezioni climatiche: verso il clima più caldo della storia dell’umanità?

Oggi, di fronte ad una maggior conoscenza scientifica rispetto alla realtà
del riscaldamento globale ed al fatto che esso sia prevalentemente dovuto
all’influenza dei gas serra prodotti dalle attività umane, è importante
quantificare i cambiamenti prevedibili nell’eventualità che le emissioni non
dovessero venire ridotte drasticamente. L’IPCC ha basato le sue proiezioni
di un clima futuro in assenza di interventi di mitigazione su simulazioni
modellistiche guidate da una serie di possibili scenari di emissioni nell’arco
dei prossimi cento anni.

Nell’ultimo rapporto 2007, l’IPCC stima che, senza serie politiche di riduzione delle emissioni, la temperatura globale potrà aumentare, entro il 2100, da 1,6 a 6,9° C al di sopra del livello preindustriale a seconda dello scenario di riferimento e del modello utilizzato. In prospettiva, il periodo di disgelo dopo la più recente era glaciale, che durò molte migliaia di anni, si associò ad un aumento della temperatura globale dell’ordine di 4°C (che portò alla temperatura preindustriale).

L’ultima volta che la terra risultò più calda di 2 o 3°C rispetto al livello pre-industriale fu circa 3 milioni di anni fa.

Anche molti altri parametri climatici verranno interessati: secondo l’IPCC, con lo stesso scenario, il livello medio del mare potrà crescere tra i 18 e 59 cm (ameno) nel corso di questo secolo e continuerà a salire per secoli fino a quando la temperatura non si sarà stabilizzata.

Il ciclo dell’acqua verrà intensificato provocando più siccità in alcune regioni e alluvioni in altre. La frequenza di fenomeni più estremi, ondate di calore e forti precipitazioni, potrà aumentare. L’intensità dei cicloni tropicali subirà delle variazioni.

Aumenti nelle precipitazioni saranno più probabili alle alte latitudini,
mentre nella maggior parte delle regioni subtropicali si registreranno delle
diminuzioni, in continuità con i trend recentemente osservati. Si prevede
che, a metà del secolo, le esondazioni annuali dei fiumi e la disponibilità di
acqua andranno a diminuire in alcune regioni delle medie latitudini e dei
tropici. È molto probabile che numerose aree semi-aride (Bacino
Mediterraneo, Stati Uniti occidentali, Africa meridionale e Brasile nordorientale)
soffriranno una diminuzione delle risorse idriche dovuta al cambiamento climatico.

Ci dovremmo rendere conto che esiste una doppia spiegazione riguardo al
considerevole grado di incertezza indicato dal campo di variazione delle
temperature contenuta in queste proiezioni (da 1,6 a 6,9°C).

La prima fonte di incertezza è di carattere umano: nessuno è in grado di prevedere quale scenario di emissioni si realizzerà nei prossimi 100 anni. La seconda è inerente alla scienza: modelli climatici dimostrano diverse sensibilità ai cambiamenti nelle emissioni a causa dei limiti dei computer e delle scelte
effettuate dai modellisti per approssimare la fisica di alcuni elementi del
sistema climatico, come le nuvole.
Per esempio, lo scenario di più bassa mitigazione considerato conduce ad una gamma di temperature probabili che vanno da 1,6 a 3,4°C in più rispetto al livello pre-industriale.

CONSEGUENZE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SUGLI ECOSISTEMI E SUI CITTADINI

Le variazioni di temperatura descritte in precedenza comportano delle
conseguenze significative nel sistema climatico e questi cambiamenti
influiscono sugli ecosistemi naturali e antropici, così come su settori
economici come l’agricoltura, la silvicoltura, la gestione dell’acqua,
l’energia e molti aspetti del turismo.

Sebbene le condizioni medie possano modificarsi in maniera relativamente
lenta, altri eventi più estremi verranno a subire delle variazioni molto più
radicali per quanto riguarda la frequenza e l’intensità. Alcune importanti
implicazioni, elencate dall’IPCC nel IV Rapporto di Valutazione per
l’Europa, vengono di seguito presentate:

· Si stima che, in Europa, il cambiamento climatico finirà per
amplificare le differenze regionali per quanto concerne sia la
disponibilità di risorse naturali che le attività umane.

· Aumenterà il rischio di alluvioni improvvise in terraferma, di
frequenti inondazioni costiere e di fenomeni erosivi.

· Le aree montane registreranno un ritiro dei ghiacciai, una
riduzione della copertura nevosa e del turismo invernale, nonché
l’estinzione di numerose specie animali e vegetali. Nell’Europa
meridionale, il cambiamento climatico comporterà un
peggioramento delle condizioni (alte temperature e siccità), in
un’area già vulnerabile rispetto alla variabilità climatica, con la
riduzione della disponibilità d’acqua, del potenziale idroelettrico,
del turismo estivo e, in generale, della produttività agricola.

· Si prevede anche che il cambiamento climatico andrà ad
aumentare i rischi sanitari dovuti alle ondate di calore e alla
frequenza degli incendi.

Sebbene sembri che il cambiamento climatico possa avere seri impatti in
Europa, le sue conseguenze generali risulteranno ben più severe in altre
parti del mondo. Le comunità più povere con basse capacità di
adattamento e alta vulnerabilità soffriranno una serie di gravi
conseguenze:

· Centinaia di milioni di persone saranno esposte alla scarsità di
acqua e all’aumento della siccità, obbligando milioni di individui a
migrare entro la metà di questo secolo.

· Se la temperatura media globale supererà di 2-3° C il livello preindustriale,
circa il 30% delle specie animali e vegetali mondiali sarà esposto ad un alto rischio di estinzione. La capacità della natura di adattarsi al cambiamento climatico è lenta e il problema principale per molte specie potrebbe essere proprio la rapidità dei cambiamenti stessi.

· Nelle zone tropicali, si registreranno riduzioni nei raccolti di cereali.
Anche un piccolo aumento della temperatura locale di meno di 2°C comporterà una crisi delle culture cerealicole in molte aree dei tropici, mentre un aumento di 3°C potrebbe avere effetti simili anche in regioni a medie e alte latitudini.

· L’aumento di danni dovuti ad alluvioni e tempeste coinvolgerà milioni di persone.

· È probabile l’intensificarsi di gravi problematiche sanitarie a causa
di malattie e malnutrizione. Si verificheranno modificazioni nelle
aree di infezione di malattie dovute a vettori come malaria, febbre
dengue, febbre gialla e alcune forme di meningite.

· Aumenteranno le morti dovute al caldo, in particolare nelle aree
urbane. Si prevede che il cambiamento climatico porterà alcuni
benefici in zone temperate, come meno vittime per il freddo. In
generale ci si aspetta che i vantaggi saranno superati dagli effetti
negativi sulla salute dovuti alla crescita della temperatura
specialmente nei paesi in via di sviluppo.

· Alcuni paesi costieri, in particolare le regioni densamente popolate
presso i delta dei grandi fiumi in Africa e in Asia, subiranno delle
inondazioni di grande portata a causa dell’innalzamento del livello
del mare. L’autosufficienza di alcune piccole isole verrà
gravemente minacciata da aumenti nel livello del mare a da
intrusioni saline nelle falde sotterranee.

· Si prevede che lo scioglimento dei ghiacciai e dello strato nevoso
andrà anche ad incidere sulla disponibilità di acqua per uso
umano, agricoltura e produzione di energia in regioni
approvvigionate dall’acqua proveniente da importanti catene
montuose dove a tutt’oggi vive un sesto della popolazione.

· Conflitti per risorse in diminuzione, come acqua e cibo, potranno
diventare più comuni e più sanguinosi. Due terzi dell’umanità
potrebbe soffrire di scarsità d’acqua già entro il 2050.
La Fig.3 dell’Appendice mostra una panoramica degli effetti (IPCC, 2007)
relativi ai diversi aumenti nelle temperature.
Ciò dimostra la necessità di limitare l’aumento della temperatura al livello più basso possibile.

Oltre a questi cambiamenti in corso, essi stessi sconfortanti per i loro
effetti sulla società (e sull’economia) globale, alcuni punti di non ritorno
del clima si profilano all’orizzonte. Il loro superamento potrebbe avviare
alcuni feedback positivi nel sistema climatico che l’umanità non sarebbe
più in grado di fermare, nonché causare cambiamenti di dimensioni tali da
non poter essere gestiti dalle nostre società.

Esiste qualche speranza che ciò possa essere evitato nel caso si riuscisse a stabilizzare la temperatura al livello pre-industriale o sotto i 2°C di aumento. In vista di tali sviluppi, non ci sono dubbi che devono essere intraprese azioni di mitigazione per ridurre le emissioni di gas serra.

L’IPCC e il Rapporto Stern giungono alla conclusione che, da una parte, i costi della mitigazione del riscaldamento globale potrebbero risultare relativamente bassi se fossero prese azioni immediate; dall’altra, le strategie di adattamento possono risultare più efficienti, ma limitate nei loro obiettivi.
Non è una questione di scelta: entrambe le misure devono venire implementate su scala mondiale e ciò deve essere fatto in tempi brevi ed in modo deciso.

3. LE SFIDE POLITICHE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Le conseguenze dell’inazione

Ci sono coloro che, di fronte agli effetti del cambiamento climatico,
sostengono risulti economicamente più efficiente prendere misure
correttive per ogni caso particolare – come alluvioni e siccità – anziché
intraprendere azioni di mitigazione dirette alla stabilizzazione del clima.

Sul breve periodo e da un punto di vista puramente economico, ciò
potrebbe sembrare vero dal momento che, a causa dell’inerzia del
cambiamento climatico, i benefici sul clima delle politiche di mitigazione
non riusciranno a mostrare i loro effetti se non dopo due decenni circa.

Tuttavia, questo approccio non è né compatibile con lo sviluppo
sostenibile né appare etico in senso cristiano. La perdita di vite umane in
seguito ad eventi disastrosi, o l’estinzione di specie animali e vegetali, non
possono certo essere risarcite da alcuna somma di denaro. Cosa ancora
più importante, un’inazione nei prossimi anni renderebbe impossibile
evitare di superare quei punti di non ritorno che comporterebbero, per
esempio, cambiamenti radicali nelle dinamiche dei monsoni in Cina ed in
India; scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya che forniscono acqua a
circa un sesto della popolazione globale; innalzamento del livello del mare
oltre un metro di altezza. La conseguente necessità di trasferire milioni di
individui (in Bangladesh e in Egitto, per esempio, più di dieci milioni di
persone vivono un metro sotto il livello medio del mare) rende il
bilanciamento monetario tra costi e benefici completamente insignificante.

L’inazione sarebbe tanto più imperdonabile considerato che le misure
richieste non domandano sacrifici inaccettabili da parte del mondo
industrializzato – al contrario esse richiedono trasformazioni strutturali
che sono accessibili e cambiamenti nelle pratiche e nelle abitudini sociali
che possono essere visti come opportunità per ritornare ai veri valori della
vita. I costi in termini economici risultano molto al di sotto delle spese
annuali per gli armamenti. La scelta quindi non è tra combattere il clima,
o la povertà e le malattie, come spesso viene sostenuto; al contrario la
protezione dell’ambiente si dimostra come un contributo essenziale alla
lotta alla malnutrizione, alla malattia e alla povertà.

MODI PER RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS SERRA

Essenzialmente, ci sono quattro modi per ridurre le emissioni di gas serra,
in particolare la CO2:

· Ridurre la domanda di beni e servizi a forte intensità di emissioni
di gas serra. Questa opzione presenta il più alto potenziale di
riduzione di emissioni nel mondo industrializzato e può venire
immediatamente implementata, sebbene alcuni aspetti, come la
pianificazione dell’uso del suolo per ridurre la distanze di
percorrenza, possano richiedere del tempo.

· Accrescere l’efficienza energetica fa risparmiare sia denaro che
emissioni. Il potenziale di riduzione associato all’efficienza nell’uso
delle risorse supera di gran lunga quello necessario per passare a
tecnologie a basso consumo di carbonio e un’immediata
implementazione di pratiche in tal senso potrebbe stimolare le
economie locali. L’IPCC stima che il potenziale economico per la
riduzione delle emissioni tramite miglioramenti nell’efficienza, per
esempio, nel settore delle costruzioni, possa essere fino a tre
volte quello per gli altri settori quali la fornitura di energia,
l’industria, l’agricoltura e il trasporto a bassa emissione di
carbonio (si veda Fig. 4, Appendice). Aumenti nell’efficienza sono
tipiche situazioni in cui tutti guadagnano. Ancora, appaiono
necessari più incentivi per promuovere investimenti in efficienza
ed è presumibile che la crescita dei costi energetici possa
accelerare tale tendenza.

· Azioni sulle emissioni non legate alla produzione di energia. Su
scala globale, iniziative per fermare la deforestazione possono
offrire un considerevole contributo per combattere il cambiamento
climatico. Nel mondo industrializzato misure appropriate
potrebbero essere, per esempio, il passaggio a metodi di
allevamento e agricoltura che accumulano humus nel suolo o che
riducono il consumo di carne.

· Passare a tecnologie con deboli emissioni di carbonio per energia,
riscaldamento e trasporti. Queste tecnologie sono certamente
necessarie per fornire l’energia che sarà ancora richiesta dopo le
misure di riduzione della domanda e un aumento nell’efficienza,
ma il loro potenziale pratico su breve termine non dovrebbe
essere sovrastimato dato il tempo già perduto per la mancata
implementazione su vasta scala.

La doppia sfida della politica energetica: “decarbonizzazione” e scarsità

Nel XX secolo, la crescita economica e gli stili di vita ad alto consumo di
risorse del mondo industrializzato sono stati resi possibili grazie
all’estrazione di fonti di energia non rinnovabili: riserve di carbone,
petrolio, gas e uranio.

Questo deve cambiare.

Il World Energy Outlook 2008 dell’IEA, pubblicato nel novembre 2008,
prevede che, entro il prossimo decennio, l’offerta di energia diventerà
scarsa rispetto alla domanda prevista. Ciò pone l’umanità ad un bivio:
saranno intrapresi sforzi per ridurre la domanda e per riuscire a soddisfare
le rimanenti necessità attraverso l’uso di risorse rinnovabili oppure
l’abitudine e l’avidità prevarranno portando ad un aumento della
dipendenza dalla tecnologia basata sul carbone con disastrosi effetti sul
clima?

Fonti rinnovabili, come l’energia solare (termica e fotovoltaica), eolica,
idrica e l’uso di biomassa, quando usate in modo sostenibile, producono
bassi livelli di emissioni di carbonio e risultano praticamente illimitate.
Infatti, l’energia delle radiazioni solari colpisce la terra ogni giorno in
quantità che sono circa otto volte più grandi del totale degli usi
commerciali d’energia a livello mondiale. T
uttavia, dal momento che sforzi
per sviluppare tecnologie ad energia rinnovabile e per penetrare il
mercato sono stati fino ad oggi, al massimo, tiepidi, le energie rinnovabili
non diventeranno disponibili in tempo per riuscire a sanare il gap
energetico.

Nel settore dei trasporti, il 95% dell’energia deriva da combustibili fossili.
A parte i veicoli elettrici ad energia solare, l’unica alternativa per sostituire
i combustibili fossili senza grandi modifiche tecniche sembra essere
rappresentata, per il futuro, dai biocombustibili. Sfortunatamente, il loro
utilizzo è stato intrapreso politicamente senza avere contemporaneamente
definito dei chiari principi di sostenibilità. Continuare con questo approccio
condurrà a sviluppi ecologici o sociali insostenibili che potrebbero portare
ad un aumento nei prezzi alimentari e destinare alla fame i paesi più
poveri del mondo.

L’Unione Europea sta mettendo a punto delle regole affinché la sostenibilità divenga un pre-requisito nel momento in cui gli stati membri includessero i biocombustibili nei loro obiettivi per la riduzione dei gas serra.
Sono, tuttavia, necessarie misure aggiuntive per bandire i biocombustibili insostenibili come mezzi per ridurre i costi di trasporto.

Se si tiene presente la sostenibilità, è importante che la produzione di
biomassa non si trovi a competere con la produzione alimentare. Non ci
deve essere il più minimo dubbio che solo i terreni, i raccolti e i residui
che non sono necessari per la produzione alimentare dovrebbero essere
usati per produrre energia o per risparmiare energia. Quindi sono
necessari ulteriori sforzi e molta ricerca in questa direzione per sviluppare
una nuova generazione di biocombustibili ricavati, per esempio, a partire
dalla paglia o da rifiuti naturali.

L’energia nucleare, sempre più spesso promossa come soluzione a bassa
emissione di carbonio per il problema del clima così come strumento in
grado di chiudere il gap energetico, non può fare nulla nel breve termine.
Nel migliore dei casi, visto che un crescente numero di centrali nucleari si
trova alla fine della propria vita produttiva, le capacità globali di
costruzione potrebbero risultare sufficienti per il mantenimento della
attuale quota nucleare nel mix energetico del prossimo decennio.

Senza entrare nei dettagli del dibattito nucleare in corso, va sottolineato che
l’uso dell’energia nucleare può offrire al massimo una nicchia, ma non una
soluzione sostenibile a causa dei problemi di risorse, di sicurezza, di rifiuti
e di proliferazione che essa crea.

In vista di un previsto aumento nell’uso del carbone, sono in corso di
sviluppo diverse tecnologie per catturare e estrarre il carbonio (CCS) da
giacimenti esauriti di petrolio e gas, da acquiferi, o da formazioni
geologiche profonde. Sebbene sia richiesta energia aggiuntiva per tale
recupero, l’equilibrio dei gas serra e quello energetico possono
considerarsi positivi. Sono necessarie ulteriori ricerche per valutare la
stabilità a lungo termine dell’immagazzinamento della CO2 e altre possibili
conseguenze inattese di questa tecnologia.

Alla fin fine, una transizione verso risorse rinnovabili appare
economicamente e tecnicamente fattibile; è necessaria in vista del
cambiamento climatico e della fine dell’epoca del petrolio a basso prezzo;
ed è urgente. I ruoli del nucleare e del CCS sono soggetti a discussione.
In ogni caso, sia un’aumentata efficienza delle risorse sia una riduzione
nella domanda posseggono un alto potenziale rispetto alla soluzione del
problema.

Considerazioni sui costi

I costi di mitigazione basati su aumenti di efficienza energetica e sul
cambiamento tecnologico per stabilizzare le concentrazioni dei gas serra
ad un livello corrispondente al limite di 2°C ammonteranno a meno del
3% del prodotto lordo mondiale entro il 2030. Questi costi salgono
significativamente per ogni anno in cui l’azione viene ritardata; secondo
Nicholas Stern tali costi risultano già duplicati a partire della pubblicazione
della sua prima stima nel 2006 a causa dei due anni di ritardo.

Occorrono urgentemente strumenti economici che favoriscano una
risposta del mercato in direzione della riduzione delle emissioni di gas
serra. È in corso un dibattito su quali siano gli strumenti più adatti da
adottare come, per esempio, un sistema di commercio globale per i diritti
di emissione o tasse sulle emissioni di gas serra; ma il punto essenziale è
che le emissioni devono avere un prezzo e che questo prezzo debba
essere prevedibile nel medio termine.

È importante tenere a mente che il cambiamento climatico non è che uno
dei sintomi del carattere non sostenibile degli stili di vita, dei modi di
produzione e delle abitudini di consumo sviluppati nel mondo
industrializzato. La riduzione delle emissioni di gas serra non risolverà da
sola il problema della sostenibilità. Non lo faranno neanche le soluzioni di
geo-ingegneria, come il suggerimento di introdurre degli aerosol di solfato
nella stratosfera in modo da riflettere un po’ della radiazione solare.

Se non affrontiamo il problema alla radice, ci troveremo prima o poi di fronte
agli altri limiti dell’ecosistema globale.

Il tempo per un’efficace politica per il clima sta giungendo al termine e il
conto potenziale per la nostra inerzia sta aumentando esponenzialmente.
Sarà necessaria una considerevole risolutezza nell’intraprendere le diverse
strade per la riduzione delle emissioni di gas serra. In breve, il
cambiamento climatico sta presentando una grande sfida alla politica.

Tuttavia, prima di indicare, nei capitoli seguenti, il ruolo dell’Unione
Europea e l’auspicato contributo della Chiesa e dei cristiani europei nel
contrastare il cambiamento climatico, vogliamo qui presentare alcune
considerazioni etiche.

4. CONSIDERAZIONI ETICHE RIGUARDO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Sempre più leader politici e rappresentanti di aziende hanno riconosciuto
la necessità di affrontare la sfida politica del cambiamento climatico.
Inoltre, misure di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico
risultano oggi raggiungibili e a costi ragionevoli.
Tuttavia, appare anche evidente che dal punto di vista europeo sarà solo
in un futuro non vicino che i benefici delle politiche per il cambiamento
climatico potranno essere apprezzati.

Perché quindi i cittadini europei dovrebbero accettare nuove leggi che andrebbero a preparare la strada alla cosiddetta economia a bassa emissione di carbonio ed adottare un diverso stile di vita al fine di affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico?
Perché l’Unione Europea dovrebbe assumere un ruolo guida?
Perché agire qui e ora quando i necessari cambiamenti finiranno per
alterare, non solo marginalmente, ma in profondità i nostri attuali metodi
di produzione e modelli di consumo?
Anche in una società democratica, trasformazioni su questa scala non potranno essere raggiunte semplicemente chiedendo ai cittadini di obbedire alle leggi.

Per agire sulle menti ma anche sui cuori delle persone e per implementare degli efficaci cambiamenti, sono necessari una forte guida politica e, ancor più, una
profonda riflessione etica.

Rispetto a questo ultimo punto la tradizione etica cristiana può offrire idee interessanti circa:

· la questione meta-etica: perché il rapporto dell’umanità con la
natura è di natura etica e morale,

· i valori e i principi guida necessari per formulare norme etiche
rispetto al cambiamento climatico,

· il discorso etico ed esempi pratici per incoraggiare cambiamenti
nel modo di vita europeo.

La responsabilità per la salvaguardia del creato

Deve essere riconosciuto che il problema ecologico è prima di tutto una
questione di ethos pubblico, difficile da risolvere senza sfidare certi
modelli di organizzazione della società e senza mettere in discussione i
nostri modi di vita e il sistema di valori della nostra società civile.

Dovremmo renderci conto che la cultura prevalente è ancora inadeguata
per affrontare la questione ambientale. Al cuore di questa inadeguatezza
c’è la convinzione dominante secondo la quale l’ambiente è pura riserva di
risorse per l’umanità e, in quanto tale, non va introdotto nel regno
dell’etica.

Questa situazione non può essere tollerata oltre. La ragione è il
semplice fatto che la capacità distruttiva dell’umanità di oggi è diventata
un fenomeno “biocida”, nel senso che per la prima volta l’umanità è nella
posizione di piegare la natura per i suoi fini, non solo per trarne
vantaggio, ma anche per manipolarla.

È giunta l’ora di riconoscere che la crescente produzione di beni materiali
è incompatibile – viste le tecniche di produzione conosciute, l’attuale
organizzazione dell’economia ed il tasso di crescita della popolazione
mondiale – con la salvaguarda dell’ambiente.

Soprattutto, è arrivato il momento di riconoscere che quando le nostre società modificano l’ambiente troppo rapidamente finiscono per creare una situazione in cui la velocità di tali cambiamenti supera la velocità di adattamento della
natura.

Noi dovremmo convincerci che la sfida dell’ecologia non consiste
solo nell’urgenza pressante di ristrutturare gli odierni metodi di
produzione ma, soprattutto, nell’adozione di nuovi stili di vita, meno
dipendenti da beni materiali e basati di più su beni culturali e relazionali.

È il momento di riconoscere che l’umanità è parte della natura ed è
interna ad essa. Il rapporto è quello di chi è nato nella natura, ma anche
di un rapporto di cambiamento ordinato perché l’umanità come parte
integrante della natura la trasforma: qualcosa di inevitabile e di positivo.

Ciò non dovrebbe significare distruzione o degrado irreversibile. Il
fondamento antropologico della responsabilità ambientale che noi
privilegiamo si basa sul concetto che l’essere umano è l’unico soggetto
morale investito di una responsabilità verso l’umanità, la natura e le
future generazioni.

Ne consegue che la responsabilità dell’umanità va oltre
l’insieme degli esseri umani, incorporando sia le entità viventi non umane
che gli ecosistemi della terra.

Amministrare la creazione di Dio

Negli ultimi decenni la teologia cristiana ha preparato il terreno per una
rinnovata visione della Creazione di Dio e una più acuta concezione del
luogo e ruolo dell’umanità. I teologi hanno spesso sottolineato il fatto che
gli esseri umani sono parte della Creazione di Dio, ma non ne sono i
padroni. Gli esseri umani creati ad immagine e somiglianza del Signore
dovrebbero cercare di capire la natura in modo da partecipare alla sua
esistenza e diventarne i custodi.

Tale visione rinnovata può contribuire alla risoluzione della difficoltà che le diverse etiche ambientali hanno incontrato: in particolare, può essere dimostrato che il rapporto dell’umanità con l’ambiente deve essere ragionevolmente considerato anche come un problema morale, poiché implica un’estensione dei
concetti di dovere e responsabilità.

Ulteriori studi teologici, a tutti i livelli della chiesa, sul rapporto tra l’essenza trina di Dio, la natura e l’essere umano sono quindi essenziali e devono venire incoraggiati. Tali ricerche ci saranno d’aiuto per comprendere più chiaramente la dimensione morale del nostro rapporto con la natura.

Il 6 agosto 2008, in occasione di un incontro con preti e diaconi, il Santo
Padre chiarì ancora una volta la Sua posizione: “Nella misura in cui la
Terra è stata considerata Creazione di Dio, il compito di “soggiogarla” non
è mai stato interpretato come ordine di renderla schiava, ma piuttosto
come compito di esserne custodi e svilupparne i doni; di collaborare noi
stessi in modo attivo all’opera di Dio, all’evoluzione che Dio ha posto nel
mondo in modo che i doni della Creazione possano essere valorizzati e
non calpestati o distrutti.”

Valori e principi per elaborare giudizi etici sulle politiche relative ai cambiamenti climatici

La Chiesa Cattolica è in costante rilettura del Vangelo e della sua
tradizione spirituale alla luce delle usanze e convenzioni delle varie
epoche. Il suo insegnamento sociale si è evoluto nel corso dei secoli sulla
base di una serie di principi e valori guida tra cui: rispetto per la dignità
umana; aspirazione alla giustizia globale e attenzione verso i più deboli e
le generazioni future; applicazione dei principi di sussidiarietà e
solidarietà, sostenibilità e responsabilità per il bene comune.
Questi valori e principi possono essere applicati anche alla valutazione delle politiche per i cambiamenti climatici.

Rispetto per la dignità umana

Il rispetto per la dignità umana è un valore centrale nella tradizione
cristiana. Comprende l’intera persona in tutte le sue dimensioni. Quindi, il
rispetto per la dignità umana include anche il rispetto per la dimensione
spirituale di ciascun essere umano e la sua integrazione nella Creazione. Il
nostro attuale modello di consumo pone troppa enfasi sul consumo di beni
materiali e di conseguenza sulla dimensione materiale della dignità
umana. Esso tende ad ignorare la necessità di sviluppare altre dimensioni.

A questo proposito si può dire che le politiche a sostegno di questo
modello non rispettano pienamente la dignità umana. Le attuali
discussioni sulle politiche necessarie per contrastare il cambiamento
climatico potrebbero favorire cambiamenti nel nostro stile di vita
esageratamente materialistico e quindi costituire un’opportunità per
riscoprire le altre dimensioni della dignità umana.

Aspirazione ad una giustizia globale – orientamento a favore dei
più deboli

L’aspirazione ad una giustizia globale e l’attenzione speciale verso i poveri
e quelle generazioni che non sono ancora nate sono valori centrali
dell’insegnamento sociale cattolico. L’approccio di contrazione e
convergenza per la riduzione dell’emissione di gas serra è un’opzione per
raggiungere più giustizia globale attraverso una ripartizione delle
emissioni ed uno schema di scambi ed è un requisito minimo alla luce di
questi valori. La contrazione si rifà alla necessità di ridurre la quantità
totale di emissioni di origine antropica per proteggere il clima. La
convergenza fa invece riferimento alla distribuzione di tali emissioni.

Per raggiungere un’allocazione equa dei diritti di emissione, viene spesso
suggerito che ciascun essere umano nel mondo dovrebbe gradualmente
ricevere gli stessi diritti di emissione: sulla base delle emissioni pro-capite
correnti, minori diritti di emissione verranno via via allocati ai paesi
industrializzati, mentre i paesi in via di sviluppo vedranno
progressivamente aumentare i loro diritti di emissione, fino a che ciascun
paese non raggiungerà, entro il 2050, gli stessi diritti pro-capite.

Tuttavia, i paesi industrializzati non devono necessariamente conseguire
tutte le riduzioni di emissioni che sono state loro imposte all’interno delle
loro economie: essi possono anche comprare diritti di emissione da paesi
emergenti dal momento che molte emissioni nei paesi in via di sviluppo
possono essere ridotte a costi inferiori che nei paesi sviluppati. A prima
vista, i principi di contrazione e convergenza apparirebbero coerenti con
l’idea di giustizia globale e con una speciale attenzione ai più poveri.

Tuttavia, non viene preso in considerazione il fatto che l’atmosfera è stata
sfruttata liberamente fin dall’inizio dell’era industriale, in particolare in
Europa e negli Stati Uniti. Il debito di carbonio già accumulato non è
quindi valutato e solo le emissioni future risulteranno venire equamente
distribuite fra tutte le nazioni. L’approccio di contrazione e convergenza
rappresenterebbe quindi solo il minimo assoluto in termini di equità.

Sussidiarietà: un principio di organizzazione

Le politiche unilaterali si sono dimostrate decisamente inefficaci per
quanto concerne i “beni comuni globali”, quali il sistema climatico della
terra. La mancanza di istituzioni (non di burocrazie) a livello globale rende
arduo risolvere le tante questioni del nostro tempo ed in particolare il
problema ambientale. I principi della sussidiarietà e solidarietà, insieme
alla responsabilità per la salvaguardia della terra, sottolineano la necessità
di una governance globale ed efficiente in grado di proteggere l’ambiente,
intraprendendo anche la lotta contro il cambiamento climatico, tramite
strumenti di riduzione delle emissioni globali di gas serra.

Tuttavia, ciò non preclude ad altri soggetti, come imprese, ONG e consumatori, diprendere iniziative proprie. Un accordo globale per combattere il cambiamento climatico dovrebbe includere un programma ambizioso ed equo per ridurre le emissioni globali di gas serra, meccanismi di finanziamento per misure di adattamento, in particolare in regioni povere e fortemente colpite, così come progetti di prevenzione rispetto alla deforestazione nonché riconoscere la necessità, discussa più avanti, di studi a livello globale.

Solidarietà: il principio della carità

I cristiani credono che tutti gli esseri umani siano figli di Dio e tale
convinzione li porta a riconoscerne la profonda interdipendenza. Il
principio di solidarietà fa ricorso a questo credo e lo traspone nella
dimensione etica. Ciò copre non solo aspetti individuali ma anche quelli
collettivi. “Il dovere di promuovere la solidarietà ricade anche sulle spalle
delle nazioni”, come Papa Paolo VI aveva affermato (Populorum
Progressio 48).
Nella discussione circa gli strumenti e i metodi più adeguati per
combattere il cambiamento climatico a livello globale, il principio di
solidarietà dovrebbe guidare il finanziamento delle misure di aggiustamento. Appare, quindi, necessario individuare meccanismi al fine
di garantire che i trasferimenti di pagamenti globali arrivino a coloro che
ne hanno più bisogno. Inoltre, serve solidarietà per raggiungere un
accordo per finanziare la ricerca a livello globale e promuovere misure
atte a prevenire la deforestazione.

Sostenibilità

Il principio di sostenibilità combina la responsabilità ecologica, la lotta
contro la povertà a scala globale e l’efficienza economica. Tutto risulta
collegato in maniera intrinseca sia al problema della povertà, assoluta e
relativa, che allo sviluppo. Sforzi per migliorare o conservare la qualità
dell’ambiente nel Nord del pianeta risulteranno di poco aiuto senza un
programma di azione, urgente e comprensivo, contro la povertà. Occorre
affrontare il crescente gap tra ricchi e poveri. Il concetto di sviluppo
sostenibile sollecita tutti i soggetti a proteggere il sistema climatico a
beneficio delle attuali e future generazioni. Quando agiamo per preservare
le basi della vita per le future generazioni, noi stiamo allo stesso tempo
salvaguardando il futuro delle società esistenti. I responsabili delle
decisioni politiche di oggi hanno anche il compito speciale di dover
prendere in considerazione in maniera adeguata gli interessi delle
generazioni future.

Il principio di precauzione

Il principio di precauzione chiede di intraprendere misure per evitare i
danni possibili nonostante la mancanza di una certezza assoluta, dovuta a
un’insufficiente conoscenza o comprensione scientifica del problema. Il
grado di azione deve essere in una relazione accettabile con il possibile
danno o con le incertezze coinvolte. Le misure richieste per combattere il
cambiamento climatico sono un primo esempio di questo dilemma. Può
essere molto facile sia sfruttare le preoccupazioni della gente in modo
populistico al fine di avviare azioni, sia ostacolare qualsivoglia iniziativa
presentando presunte contro-perizie. L’applicazione del principio di
precauzione richiede quindi partecipazione e trasparenza nelle decisioni
politiche così come fiducia nei propri amministratori da parte dei cittadini.

Moderazione – una virtù gioiosa e non noiosa

Tuttavia, il fatto di “fare un caso etico” delle politiche per il cambiamento
climatico non risulterà probabilmente sufficiente ad innescare quei
cambiamenti negli stili di vita che dovrebbero inevitabilmente risultare da
una progressiva transizione ad un’economia a basse emissione di
carbonio. Il solo affiancare la conoscenza etica ai dati scientifici sul
cambiamento climatico non porta a nulla. Un cambiamento significativo
negli stili di vita diventerà, tuttavia, possibile se la “moderazione” sarà
accettata come virtù centrale e come concetto gioioso e gratificante. In un
dibattito urgente e necessario su tali istanze, la tradizione ascetica della
cristianità potrebbe fornire un input credibile.

Prima di tutto, deve essere riconosciuto che il nostro modello di consumo
e i nostri stili di vita sono poco flessibili e difficili da modificare.
Nonostante ciò, è anche evidente che la crescente produzione di beni
materiali risulta incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente naturale e
di quello urbano. La pressione verso un costante aumento degli standard
materiali di vita è quindi diventata un serio problema etico in una società
che si basa sui principi della libertà individuale e della soddisfazione
personale.

Il primo imperativo per rendere possibili cambiamenti è quindi
quello di ammettere una pluralità di stili di vita e di assicurare che tale
diversificazione diventi effettiva e che lo stile di vita individuale diventi
quindi una vera scelta.
Un secondo passo dovrebbe essere un impegno generale verso il concetto di moderazione per combattere, da una parte, il consumo esagerato dei benestanti e, dall’altra, l’austerità imposta ai più poveri.
Il concetto di moderazione può essere specificato in maniera più precisa. Esso dovrebbe risultare proporzionale e permettere a ciascuno di valutare ciò che è veramente essenziale per lui o per lei e conseguentemente di eliminare il superfluo.
Infine, la virtù della moderazione dovrebbe essere creativa, intelligente e produttiva e diventare una condizione di partenza per una più ampia solidarietà e uno sviluppo più equo.

Così, poiché la ricchezza non è solo materiale, ma anche relazionale e
spirituale, dovrebbe essere data una definizione più precisa del significato
e del contenuto del bellissimo concetto biblico riguardante la prosperità.

Un buon equilibrio di queste tre dimensioni ci fornirebbe una visione più
globale della ricchezza ma, dal momento che risulta difficile sperimentarle
tutte allo stesso tempo, si dovrebbe comunque assumere, in primo luogo,
la moderazione. Promuovere il concetto di moderazione, quindi, ha lo
scopo non di diminuire, ma piuttosto di sostenere una più alta qualità di
vita e una più grande ragione per gioire.

Non si tratta di rinunciare al desiderio per i beni materiali, ma di discernere e meglio distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo mettendoli a confronto con la ricchezza relazionale e spirituale.

La ricerca di uno stile di vita più relazionale e spirituale, si adatta bene
anche alla necessità di adottare oggi nuovi comportamenti in risposta al
cambiamento climatico.

La chiesa cattolica e tutte le altre tradizioni cristiane si trovano in una posizione privilegiata per promuovere tali cambiamenti negli stili di vita e possono quindi fare del loro meglio per promuovere politiche atte ad affrontare il cambiamento climatico. Possono fare molto attraverso proposte concrete ed esempi anche modesti.

Le parole di Papa Benedetto XVI dell’8 agosto 2008 ci aiutano in questa
direzione: “Infatti, non si tratta soltanto di trovare tecniche che
prevengano i danni, anche se è importante trovare energie alternative ed
altro. Ma tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un
nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del
riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi
che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità
nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro, perché è
responsabilità davanti a Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è
Redentore, ma appunto veramente anche nostro Giudice.”

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