Il libro su “una nuova laicità” di Angelo Scola
Commenta AVVENIRE di domenica 11 marzo 2007
Stili di vita, nuovi modelli di alleanza tra mercato e solidarietà di Angelo Scola.
A un osservatore attento non sfugge un inconveniente che affligge da sempre ogni pratica e teoria etica e che si è fatto più acuto nella nostra epoca. Mi riferisco alla grande difficoltà di formare un consenso di esperienza e cultura sui criteri fondamentali della stessa valutazione etica. Questo grave handicap impedisce agli individui e ai popoli di identificare le cause meritevoli di impegno a livello di vita personale e di vita pubblica. Come far fronte a questo stato di cose? Concretamente questo significa che, per condurre la libertà – sottolineo la libertà e mi riferisco alla libertà di ogni singolo – ad accogliere il suo dovere anche in campo economico, occorre mostrare il fascino, la convenienza di nuovi stili di vita. Ma, come è stato più volte ribadito lungo la storia dell’Occidente, lo stile è l’uomo. Se è così, solo una proposta antropologica compiuta può muovere la libertà dei singoli e sospingerla, attraverso i corpi intermedi, nel circolo virtuoso della vita buona, a un tempo personale e sociale. Quindi, prima ancora dell’etica – occorre ribadirlo – l’economia domanda antropologia. La vita economica, di fatto, mette in campo una concezione dell’uomo e della comunità sociale. Per essere armonica e capace di perseguire il suo proprio obiettivo, la relazione economica dovrà quindi collocarsi dentro questo orizzonte integrale. Questo è il salto culturale che l’insegnamento sociale della Chiesa, troppo spesso sottovalutato, quando non disprezzato, ha inteso e intende proporre. Del resto, se non vado errato, non mancano studi economici e sociologici recenti che giungono a parlare della rilevanza economica delle relazioni. Non solo perché le attività economiche danno luogo a una relazionalità e interdipendenza – ogni decisione economica crea rapporti ed effetti sulle persone -, ma perché le relazioni in se stesse hanno un peso economico. Per coniugare antropologia, etica ed economia compatibile, occorre proporre nuovi stili di vita. Alla radice di questa proposta però non può esserci in primis la paura, nemmeno quella derivante dall’affacciarsi di una grave minaccia per la sopravvivenza del pianeta terra. Non è anzitutto dalla sconfitta del mito del progresso e dell’ideologia dello sviluppo economico che può scaturire una tale proposta. La ragione l’ho già detta: per muovere l’uomo non basta porgli di fronte la scelta tra il giusto e l’ingiusto. Bisogna, come ci insegna la grande tradizione giudaico-cristiana, recepire l’invito di Dio: «Ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita» (Dt 30,19). Ma la vita, il bene mi affeziona perché mi affascina, perché è bello e il bello è lo splendore del vero. Anche nel caso in cui la dottrina trumaniana dello sviluppo si rivelasse valida, la convenienza di proporre a donne e uomini di oggi nuovi stili di vita non verrebbe meno. Da dove può nascere allora la ragione adeguata di tale proposta? Ultimamente solo dal fatto che essa è consona all’esperienza elementare dell’uomo. Sono convincenti perché affascinanti, prima ancora che doverosi, stili di vita che, coniugando armoniosamente affezione e lavoro – che trovano nel riposo il fattore a un tempo equilibrante e significativo -, consentano di vivere al meglio una vita buona. Roland Barthes, in alcune lezioni tenute al Collège de France tra il 1976 e il 1978, proponeva un recupero, adeguato ai nostri giorni, del tempo e dello spazio vibrati, proprio dell’ora et labora dell’Abbazia. I cristiani non dovrebbero dunque proporre con forza anche a tutti i loro “fratelli uomini”, in pieno rispetto della libertà di ciascuno, lo stile di vita di Colui che ha compiuto l’esperienza dell’umano? Molto rapidamente voglio poi riportare una questione che rende evidente la necessità dell’orizzonte antropologico integrale al quale mi sono riferito. Si tratta di quella che, forse un po’ troppo francamente, possiamo chiamare il ritorno dell’ideologia malthusiana circa l’esplosione demografica. Gli studi demografici più accurati hanno infatti dimostrato la falsità della tesi neomalthusiana che prevedeva, dopo gli anni sessanta, una crescita demografica che avrebbe inevitabilmente condotto a una catastrofe umana, economica ed ecologica. Invece, forti di tale tesi, organizzazioni nazionali e internazionali hanno favorito e continuano a favorire la convinzione che il cosiddetto sviluppo dei paesi del Terzo mondo dipenderebbe in modo assoluto dalla possibilità o meno di frenare la crescita demografica. Queste organizzazioni hanno imposto politiche demografiche gravemente ingiuste basate su pratiche contraccettive e di sterilizzazione su larga scala. La Santa Sede, facendo riferimento al magistero della Chiesa, si è opposta in modo deciso e continuo a questa ideologia, non solo per ragioni etiche, ma proprio in forza di un’antropologia adeguata, cioè in nome della vita buona. Ebbene, la ricerca di un’economia adeguata e veramente sostenibile mediante nuovi stili di vita, che risponda in modo compiuto a quell’orizzonte integrale antropologico al quale mi sono riferito, non può non implicare una critica acuta a questa ideologia del neomalthusianismo e, conseguentemente, non può non impegnarsi per una cultura della vita che sostenga e promuova iniziative concrete di educazione e di prevenzione. L’educazione a una paternità e maternità responsabile – per esempio attraverso i cosiddetti metodi naturali -, così come la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e l’attenzione agli insegnamenti della Chiesa in campo bioetico (non escluso quello delle biotecnologie) non possono non avere, all’interno della proposta di nuovi stili di vita, un posto adeguato. Proporre – e proporre in modo integrale – nuovi stili di vita significa perseguire la vita buona nella duplice e insuperabile dimensione personale e sociale. Per questo, colui che intende promuovere l’esperienza integrale dell’uomo è chiamato a promuovere simultaneamente la verità della propria persona, dei suoi rapporti primari, del bene comune a tutta la società civile. Tornano le tre polarità costitutive: l’uomo è uno di anima-corpo, uomo-donna, individuo-comunità. L’antropologia drammatica è integrale: se cade in uno dei suoi aspetti costitutivi è destinata a cadere tutta. Se, come abbiamo visto, non si può alla lunga essere politici non virtuosi sul piano personale, ma eccellenti nell’azione di governo, analogamente non si è uomini compiuti se si lavora per la sostenibilità, per il bilancio di giustizia, per le banche etiche, per il bilancio sociale delle imprese e dei comuni e non si protegge simultaneamente la vita più debole e più indifesa o non si promuovono i corpi intermedi – autentiche ricchezze della società civile – a cominciare dalla famiglia. La vita buona va perseguita in tutti i suoi aspetti. Certamente un grave ostacolo in proposito è posto dalla sempre più diffusa mentalità consumistica. Il mercato è un’istituzione sociale, non individua un fenomeno naturale. In questo senso esso chiede di essere creato, difeso, allargato o ristretto in base a un’autentica vita buona, rispettosa dei diritti della persona e dei popoli, arricchiti dalla pluriformità che accetta le differenze senza perdere il riferimento alla comune appartenenza all’umanità. Ancora una volta ciò è naturale conseguenza di una visione adeguata dell’antropologia. Il mercato quindi vive su presupposti sociali, culturali e legali. Ora, nella nostra società, soprattutto in quelle del Nord opulento del pianeta, a partire dagli anni sessanta, in base al sommarsi di processi complessi legati all’accelerato sviluppo del binomio scienze-tecnologie, si è prodotta una perniciosa alleanza tra mercato e libertinismo. L’enciclica Centesimus annus parla in proposito di consumismo. Nell’ottica consumistica solo i valori di mercato sono valori socialmente rilevanti. Valori che per loro natura non sono in sé e per sé commerciabili (come la sessualità, il corpo umano, la dignità umana, la veri tà, la cultura e la religione stessa) sono ritenuti irrilevanti, quando non vengono strutturalmente alterati per poter essere mercificati. L’enciclica non afferma soltanto che questa alleanza tra mercato e libertinismo è scorretta, ma giunge a dire che porterà a crisi irreversibili. Una società veramente libera ha bisogno di persone responsabili, anche responsabili in quanto consumatori. Capaci di lavoro e per questo attente agli affetti, alla famiglia moralmente sana, ai corpi intermedi. Proporre nuovi stili di vita significa allora lavorare per rompere l’inaccettabile alleanza tra mercato e libertinismo e sostituirvi quella tra mercato e solidarietà.
Chi siamo
Citazione
Rivoluzione vuol dire questo: sovvertire l’ordine morale che domina nel mondo. Il mondo non dice: felici e i poveri! Il mondo dice: felici i ricchi, poiché uno vale tanto quanto possiede. E Cristo dice: falsità! Felici i poveri perché non pongono la loro fiducia in ciò che passa. Così, tutte le beatitudini sono la sovversione di tutto ciò che il mondo crede. Però in esse è stato posto il seme di una trasformazione.
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