EUCARESTIA: PANE DATO E NON PIÚ CONSERVATO

Un’interessante critica costruttiva dell’Eucarestia da parte del missionario saveriano Adriano Sella, da leggere assolutamente!

EUCARESTIA: PANE DATO E NON PIÚ CONSERVATO
QUESTIONE DI NUOVO STILE DI VITA

Pane dato e non conservato è l’evento eucaristico. Ecco qui il senso profondo della comunità eucaristica: la profonda comunione con Dio che diventa una viva condivisione di tutto tra i membri della famiglia di Dio, cioè la comunità cristiana, così come Gesù Cristo ha condiviso tutto se stesso per la vita degli altri. Mentre, spesso, le nostre assemblee eucaristiche si trasformano in distributori di sacramenti dove emerge sempre più la logica del mercato, ossia partecipare per ricevere dei buoni prodotti religiosi e conservarli: battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio, unzione degli infermi ecc. Anche le Messe, spesso, sono richieste con una logica di mercato. Si tratta di quella forma diffusa di pagare delle Messe per poter attaccarci un’intenzione, soprattutto per aiutare i nostri defunti a liberarsi del purgatorio. Tutto questo è pane conservato e non dato, è pane che diventa merce e non comunione gratuita con il Dio della vita che si rivela nell’amore che è la forma più intensa di condivisione. Infatti, l’Eucaristia non può aver un prezzo. Questo mercato di Messe è la morte dell’Eucaristia perché rovina l’essenza della Messa che è Azione di Grazia per la grande offerta gratuita del corpo e sangue di Gesù Cristo. Dio è amore e non si baratta l’amore. Se l’Eucarestia è il culmine dell’amore di Dio, come si può allora barattarla? Mentre quando la Messa diventa davvero comunione con tutti, allora è importante inserire nelle nostre eucaristie il ricordo di tutta la chiesa terrestre e celeste per poter stabilire una comunione con tutta la profonda ampiezza del Regno di Dio.
Varie volte ho pensato a quel corpo di Cristo che viene rinchiuso in quel posto chiamato tabernacolo, magari sotto varie chiavi. Là siamo chiamati spesso ad adorarlo perché si tratta del santissimo sacramento. Ma non si tratta anche di pane eucaristico conservato e non più dato? Se l’Eucaristia è condivisione del corpo e sangue di Cristo attraverso lo spezzare il pane e distribuirlo tra tutti i membri della comunità, come fece Gesù con la sua comunità, allora non dovrebbe esserci del pane avanzato. Se viene conservato significa che non è stato distribuito, o solamente in parte perché molti sono stati costretti, a volte per leggi ecclesiastiche, a non partecipare a quella profonda e vera comunione con Dio, chiamato il sacramento del culmine e della pienezza della vita con Dio. Se è stato conservato significa allora che non è avvenuta una vera eucaristia perché alcuni sono rimasti esclusi e questo non fa parte della logica evangelica ma di quella capitalista. Come pure, potrebbe essere pericoloso fare della comunione eucaristica un “self-service” per tutti e al contrario di tutto, dove non importa come si vive e quale impegno si abbia, importante è averne voglia e lasciarsi muovere dalla pura sensazione. Questo è un approccio semplicistico ma pure capitalista come l’altro.
Come il simbolo evangelico della risurrezione di Gesù Cristo è la tomba vuota perché significa che Cristo non è più morto ma risorto, così dovrebbe essere il tabernacolo vuoto il simbolo dell’Eucaristia perché significherebbe che è stato distribuito a tutti e non più conservato. Dovremmo allora entrare nelle chiese e vedere i tabernacoli vuoti come simboli del pane eucaristico perché sarebbe la prova che è stata celebrata l’Eucaristia raggiungendo la sua profonda e divina realtà di condivisione vera all’interno della comunità.
In questo modo, il tabernacolo vuoto sarebbe un simbolo forte per contrastare il sistema esistente che impone una spietata conservazione del pane per garantire il futuro di una minoranza dell’umanità, escludendo così la maggioranza, come ci testimoniano le statiche ufficiali. Basti pensare all’attuale costume di conservare ormai tutto in piccole e grandi celle frigorifere, manifestando così una forte tendenza ad accumulare sempre più per garantire il futuro di pochi.
E allora, sarebbe molto educativo terminare la Messa con la celebrazione del tabernacolo vuoto proprio per sottolineare che il corpo e sangue di Cristo è stato davvero condiviso tra tutti, senza cadere nella tentazione di conservarlo. Questa celebrazione del tabernacolo vuoto potrebbe essere il mandato eucaristico a tutti i cristiani affinché, tornando a casa, s’impegnino a fare nella vita di tutti i giorni quello che si è vissuto nell’Eucaristia: l’impegno quotidiano del condividere tutto e a tutti, non solamente le proprie cose o case, ma anche le proprie capacità, sentimenti, talenti, esperienze e valori.
Oppure, quando contempliamo il santissimo sacramento, custodito nel tabernacolo, facciamo in modo che quel pane eucaristico non sia una preziosa reliquia da guardare perché suscita grandi emozioni, ma diventi davvero un grande impegno da assumere. Così è il significato delle dodici o sette ceste avanzate dalla moltiplicazione dei pani, in quanto sono i pani da condividere con le 12 tribù e le 7 nazioni del mondo. È contro la natura del pane l’essere guardato. Ecco, quindi, il compito dei cristiani: la condivisione
In questo modo, l’Eucaristia non sarebbe più appena un rito, ma diventerebbe una forza che penetra la vita della gente e che trasforma i vari assetti della vita ecclesiale, ma anche sociale, facendo lievitare finalmente il Regno di Dio, ponendo la Chiesa fuori dalle sacrestie per renderla partecipe della vita del pianeta e per aiutarla a condividere tutto verso tutti. Quello che il Concilio Vaticano II ha sancito: “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes 1).

Allora, non più pane conservato ma dato. Non più tabernacoli chiusi ma vuoti. Non più reliquia da guardare ma impegno da assumere. Non più accumulazione ma condivisione.

Adriano Sella, missionario saveriano, nato nel 1958 in un paese sulle colline di Vicenza, dal 1990 al 2002 ha lavorato in Amazzonia (Brasile), è stato coordinatore della Commissione Giustizia e Pace e della Pastorali Sociali della Conferenza Episcopale del Nord del Brasile, ha accompagnato e sostenuto l’impegno dei movimenti sociali del Brasile, come il Movimento Senza Terra e il Movimento dei Senza Casa. A Vicenza ha promosso nel 1995 il Movimento Gocce di Giustizia che ha come impegno “creare una cultura di giustizia”. È militante e discepolo della giustizia, della pace e dei diritti umani, teologo nell’ambito dell’Etica Teologica e scrittore di vari libri e articoli. Attualmente si trova in Italia, portando avanti la missione nel vecchio continente, soprattutto nella promozione dei nuovi stili di vita generati dal Vangelo.

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