UN SERMONE PER LA GUARIGIONE DELLE NAZIONI

Intervento di Rev. Robinia Marie Winbush della Chiesa Presbiteriana alla IX ASSEMBLEA del CONSIGLIO MONDIALE DELLE CHIESE di Porto Alegre, febbraio 2006.
Al moderatore, ai vice-moderatori, ai presidenti, al segretario generale e suoi collaboratori, ai delegati, rappresentanti e osservatori, a tutti voi amici, fratelli e sorelle in Cristo e nella creazione, rivolgo il mio saluto nel nome della gioia infinita di Gesù, Colui che è ora e per sempre il capo della Chiesa.

Ho conosciuto fiumi:
ho conosciuto fiumi antichi come il mondo, più vecchi del
flusso di sangue umano nelle vene umane.

La mia anima è diventata profonda come i fiumi.

Mi sono immerso nell’Eufrate quando le albe erano giovani
Ho costruito la mia capanna lungo il Congo che cullava il mio sonno
Ho guardato il Nilo e ho costruito le piramidi sulle sue rive
Ho udito il canto del Mississippi quando Abe Lincoln
scese a New Orleans, e ho visto il suo grembo
fangoso farsi dorato nel tramonto.

Ho conosciuto fiumi
Antichi ombrosi fiumi

La mia anima è diventata profonda come i fiumi

In questa famosa poesia intitolata “Il Negro parla di fiumi”, Langston Hughes ricorda a un popolo schiavizzato che la loro storia era cominciata ben prima del 1619 quando i loro antenati sopravvissuti all’orrore del “Middle Passage” (così viene denominato il viaggio per mare degli schiavi dall’Africa all’America), erano sbarcati in catene sul suolo americano… Egli scrive per ricordare che il loro retaggio non è la schiavitù, che la loro storia era cominciata lungo i fiumi d’Africa e che, intimamente connessi a quei popoli, portavano nel DNA spirituale le ricche risorse della gente e della terra da cui erano stati strappati.
Ora che ci prepariamo a lasciare Porto Alegre e la Nona Assemblea del Consiglio Mondiale delle Chiese, concludendo un periodo di intensa preghiera, stimolanti studi biblici, incontri plenari densi di sfide, lunghe riunioni di comitati e dibattiti di tutti i tipi con sorelle e fratelli di una stessa fede come una sola famiglia, prendiamo un momento di sosta per vedere se c’è un’altra “parola di Dio”. Qualcosa che possiamo portare con noi… non un foglio di carta, o un bracciale o un ricordino, non un altro libro o giornale, ma qualcosa da tenere nel profondo della nostra riserva spirituale, che ci trasmetta energia rinnovata insieme all’impegno di non lasciarci riassorbile dalla routine quando torniamo a casa.
Inizialmente ero stata attirata da questo brano dell’Apocalisse per le sue immagini battesimali ed eucaristiche e per il tema escatologico di un mondo trasformato. Pensavo fosse il più adatto a chiudere un’assemblea che aveva pregato per cercare di comprendere la potenza trasformatrice di Dio. Quale trasformazione è più grande della visione della Nuova Gerusalemme e della promessa escatologica che la visione di Giovanni ci presenta? L’autore dell’Apocalisse è stato esiliato nell’isola di Patmos e scrive, a un popolo che vive sotto la dominazione e la persecuzione dell’impero romano, che la realtà attuale non è la definitiva parola di Dio. Al contrario scrive che essi fanno parte di un progetto cosmico più grande che prevede non di soggiacere alla seduzione dell’impero, ma di partecipare alla vittoria ultima di Dio e al regno di Cristo.
Nester Miguez annota: “l’Apocalisse è scritta – e all’inizio anche letta – in una condizione di assoluta impotenza. Giovanni di Patmos e i suoi lettori vivono in una soggezione totale al potere dell’impero che non tollera dissenso… Le piccole comunità di cristiani in Asia Minore non costituiscono certamente una sfida al potere romano, tuttavia la manifestazione di una qualsiasi opposizione, anche simbolica, alla pretesa di dominio incontrollato da parte dell’imperatore, è fonte di guai. E questo è quanto avviene nell’Apocalisse”. Miguez aggiunge che “letta in tale condizione, l’Apocalisse dà un messaggio totalmente diverso dall’uso che ne possono fare i forti e i potenti”. E lascia comprendere che l’intento di sfida al potere imperiale insito nell’Apocalisse, fu cooptato quando la chiesa cristiana divenne la chiesa dell’impero e l’impresa missionaria fu (volente o nolente) associata all’espansione della potenza e della cultura occidentale.
Cogliamo la Rivelazione che Gesù fa a Giovanni nell’isola di Patmos, sia come una promessa escatologica di quanto dovrà avvenire, sia come una critica sociale politica e religiosa dell’impero romano e delle sue pretenziose aspirazioni sulle rassicuranti promesse del Dio della creazione e del Cristo Risorto che regna vittorioso. Giovanni scrive sulla collusione tra i sistemi economico, militare, culturale e anche religioso che fanno guerra contro il Divino, contro i fedeli e contro la creazione che non si sono inchinati davanti all’immagine della gloria temporale dell’impero. Egli ricorda alle chiese dell’Asia Minore e alla chiesa universale che la nostra prima lealtà, anzi l’unica nostra lealtà è nei confronti dell’Agnello che è stato sacrificato, ma che ora è sul trono e regna. Dobbiamo resistere alla tentazione di farci cooptare da sistemi di dominazione e di sfruttamento. In mezzo al caos cosmico di sistemi imperiali globali ci richiama e ci ricorda di non recedere mai dall’essere testimoni fedeli del Cristo Risorto, il Signore Vivente. La nostra relazione con l’impero non potrà mai essere facile e comoda, perché siamo chiamati a comparare le realizzazioni dell’impero sulla misura della croce e del sacrificio offerto spontaneamente. Brian Blount ci fa capire come “l’Apocalisse susciti l’esigenza di testimoniare un attivismo impegnato, resistente e trasformante, disposto a tutto sacrificare perché il mondo diventi una realtà rispondente a quella salvezza che Gesù ha portato per tutti”.
Sì, leggere l’Apocalisse è comprendere meglio dalle sue possenti immagini, le parole di Paolo alla chiesa di Efeso: “Infatti noi non dobbiamo lottare contro creature umane, ma contro spiriti maligni del mondo invisibile, contro autorità e potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso”. (Ef.6,12)
Anche Sue Davies ci ricorda che “non solo l’Apocalisse offre un terreno fertile per identificare i poteri della morte in questi nostri giorni, ma afferma anche in termini forti la sovranità di Dio sulla storia umana e terrena”. Ed è questa l’affermazione che vorrei esplorassimo insieme in questo pomeriggio mentre finiamo di fare i nostri bagagli spirituali prima di tornare a casa.

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