UN PANE O DUE PANI -
Commenta Si è tenuta lo scorso 31 gennaio a Mestre la serata “UN PANE O DUE PANI – Il pane della messa e il pane della tavola: lo stesso pane?” organizzata dall’Ufficio Pastorale per gli Stili di Vita. Vi presentiamo qui di seguito le letture che sono state proposte come spunto per i commenti dei due relatori: Serena Noceti – teologa e Ivo Lizzola – pedagogista sociale.
Lettura 1
“Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna”. Qual è il cibo che perisce e quale quello che dura per la vita eterna? Una risposta, tanto facile quanto insignificante, è dire che il pane per la vita eterna è quello che il sacerdote consacra sull’altare, mentre il pane che perisce è quello che le mamme spezzano sulle tavole delle nostre case. Risposta tanto facile quanto insignificante.
[…]
C’è chi raccoglie i frammenti delle ostie dell’altare su cui è stata celebrata l’eucarestia, ma butta via quello della propria tavola perché secco o semplicemente perché non piace, senza percepire alcuna contraddizione. Ci sono due pani differenti, uno santo, quello dell’altare, e uno volgare, quello della tavola? Oppure ci sono due modi differenti di vedere il pane, uno santo e l’altro empio? È la santità del pane dell’altare che rende santo il pane delle nostre tavole o viceversa? È la religione che rende santa la vita, o è la vita che rende vera la religione?
Luciano Mazzocchi, Il vangelo secondo Giovanni e lo Zen, Edizioni Dehoniane, Bologna
Proposta di conversazione 1
Entrare nella questione: una provocazione
Lettura 2 e 3
In piccola cucina
sopra modesto marmo apro
il mio cartoccio col panino. Vino
però glorioso. Padre? Si, padre.
Ma a volte pure madre.
Patrizia Cavalli, Sempre aperto Teatro, Einaudi, Torino
Natale
Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento. Non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane stantio. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii.
(1942)
Friedrich Dürrenmatt, Racconti, Feltrinelli, Milano
In tavola: pane come accompagnamento di altri cibi
Proposta di conversazione 2
Il nocciolo … o meglio la mollica della questione
Lettura 4
«Non c’e nulla da mangiare. Le immagini fantastiche di frutti e datteri si frantumano in nulla; non c’è pane né carne, tantomeno c’è del pesce, che cosa ci sarà allora? L’anziano arabo, che saprà sì e no cinque parole d’inglese, mi fa cenno di andare con lui. Fame, questo almeno lo ha capito. Mi cammina davanti, procede, e io avanzo dietro di lui lungo le basse e bianche pareti della casa, nella notte ancora tiepida; il deserto si fa sempre più incipiente, ci sono ancora poche case, deve essere l’ultima. L’arabo bussa, qualcuno apre, non si riesce a riconoscere chi sia; solo una figura con una lanterna da stalla. Non ho paura. Un raggio di luce – per un attimo – lascia intravedere una giovane donna. Qualcosa di bello e di silente. Questo è quanto lascia intravedere la lampada. Ora essa scompare. Ci ritroviamo in una stanza buia con cinque parole d’inglese, che presto sono tutte dette. C’è silenzio, nell’oscurità sopraggiunge qualcosa di oscuro, due oscurità. Si fa silenzio, senza interruzione e paura; poi ritorna la luce, vengo condotta nel cortile, due giovani negri si sono aggiunti a noi. Nel cortile vi è un riverbero della luce della luna, un tavolo minuscolo, e poi vicino molti letti di ferro su cui, a due a due, dormono dei bambini, in silenzio senza sentire neanche un filo di respiro. La donna ha portato via di nuovo la lampada, poi ritorna con quella luce dondolante e tranquilla. Non si comprende che cosa stia succedendo, ma non è necessario capire. Il mondo è fatto di gesti, movimenti, luce, oscurità, attesa. Senza dir nulla la giovane donna mette sul tavolo, sul quale c’è così poco spazio, un piatto con dei fagioli e un altro, più piccolo, con della salsa.
C’è pane, anche del pane. Da dove viene il pane in una città che è senza pane? L’arabo, che vede il mio tentennare, mi preme un pezzo di pane nella mano e mi mostra come si prendono i fagioli con il pane. Non è difficile, ci si riesce subito. Quattro mani nere e una mano bianca, a turno, sono nel piatto. Poi, improvvisamente, tutte le mani insieme, per un attimo rimangono tutte ferme dentro il piatto affinché nessuna finisca per essere d’intralcio all’altra. Sono tutte mani gentili. Si dovrebbe scolpire l’immagine di questo momento, in cui è vi è qualcosa di perfetto, di compiuto: le mani nel cibo, le dita con un pizzico di cibo. E’ il momento di una consapevolezza assoluta, ma anche di una totale naturalezza.
Quanto è accaduto è il primo e unico buon banchetto, esso sta avendo luogo. E’ il primo e l’unico buon pasto, e forse rimarrà l’unico pasto in tutta una vita che nessuno e niente disturba: nessuna barbarie, nessuna indifferenza, nessuna bramosia, nessuna distrazione, nessun trarne vantaggio. Abbiamo mangiato da un piatto. Abbiamo condiviso e non pregato, nulla è tornato indietro, nessun fagiolo è rimasto nel piatto, nulla è stato portato via. Nessuno si è mosso in anticipo, nessuno vi ha guadagnato qualcosa».
Ingeborg Bachmann, Il caso Franza: Requiem per Fanny Goldmann, Adelphi, Milano
In tavola: pane come alimento base
Proposta di conversazione 3
Il “di più”, questioni aperte …
Lettura 5
Fame
Il sazio non crede al digiuno, ripeteva mio padre il detto antico. Noi pasciuti del mondo conosciamo la scienza dell’alimentazione ma del cibo non sappiamo più niente. Chi non sa la fame, non sa il cibo.
Fame non è vuoto allo stomaco, non è acquolina in bocca né appetito. Fame è un pieno di sensi e di pensieri accampati intorno a un centro. Fame è vergogna di provarla. Fame è la più offensiva delle mancanze. Fame è il cielo chiuso sulla testa come un coperchio di rame, è il suolo serrato a pugno sotto i piedi. Fame è la stanza in cui i vecchi sono guardati storto per il cucchiaio di niente che portano alla bocca. Fame è Gerusalemme sotto assedio e dentro di lei gli affamati che dicono: “Questa città è la pentola e noi siamo la carne”. Fame è nutrirsi solamente in sogno, disgusto di svegliarsi. Fame è sapere che ogni cibo, anche quello acquistato, è dono.
La benedizione ebraica a fine pasto ringrazia Dio: “sheacàlnu mishellò”, perché abbiamo mangiato da ciò che è suo. Il pane fresco sulla tavola ha viaggiato migliaia di miglia e di anni per arrivare. Innumerevoli generazioni di contadini hanno selezionato spighe, frantumato chicchi, mescolandoli all’acqua, con lievito e fuoco di fornace per tramandarci pane. E’ dono di umanità a se stessa, fatto di cielo, terra, acqua e fuoco, è manna. Noi mastichiamo manna come quella assegnata nel deserto, ma non in parti uguali.
Erri de Luca, Alzaia, Economica Feltrinelli, Milano
In tavola: pane come alimento di festa
Conclusione
Lettura 6
Dolcezze
La vigilia del Giorno del Perdono, durante il pasto che precede il digiuno, il Rabbi distribuiva i dolci ai chassidim che sedevano alla sua tavola. E diceva: “Io vi amo molto, e vorrei darvi tutto ciò che conosco di buono al mondo. Tenetevi pure a ciò che dice il salmo: “Gustate bene e vedrete che dove vi è qualcosa di buono, là è il Signore.” E intonava la canzone: “Come è buono il nostro Dio, come è bella la nostra sorte!”
Martin Buber, I racconti dei Chassidim, Garzanti, Milano
Chi siamo
Citazione
Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.
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