La responsabilità verso il creato, dimensione essenziale della vita della Chiesa

Prof. Don Karl Golser
Diocesi di Bergamo, 5 ottobre 2005
Incontro per preti sui temi della “Salvaguardia del creato”

1) Introduzione: Il contesto ecclesiale della problematica

Il titolo che gli organizzatori di questa giornata di formazione hanno scelto per la mia relazione, è desunto quasi letteralmente da una relazione che ho tenuto più di sei anni fa, nel maggio 1999 a Celje in Slovenia, davanti alla prima Consultazione delle Conferenze Episcopali Europee sulla tematica della responsabilità per il creato . Questo fatto mi dà l’occasione di offrire dapprima alcune informazioni sul cosiddetto “processo conciliare per giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”.
L’idea per una specie di concilio di tutti i cristiani, per far fronte alle minacce per la pace nel mondo, risale già agli anni trenta e veniva portata avanti dal teologo protestante Dietrich Bonhoeffer e dal teologo cattolico Max Josef Metzger. Di fronte al presagio della seconda guerra mondiale, questi due teologi pensavano di mobilitare le coscienze dei cristiani per impedire la strage che poi si sarebbe abbattuta in particolar modo sull’Europa. Bonhoeffer aveva richiesto già nel 1934 un concilio per la pace, e Metzger aveva scritto nel 1939 al Papa chiedendo di indire ad Assisi un concilio di riunificazione delle Chiese. Purtroppo questi appelli arrivarono troppo tardi ed i due, che si possono definire profeti, vennero giustiziati dai nazisti morendo così come martiri per la libertà e la pace.
Ultimato il periodo di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, l’idea di un concilio ritornava di nuovo. La ebbe proprio Papa Giovanni XXIII che indisse il Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale, nonostante l’apertura ecumenica, fu un concilio dei cattolici. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese nella sua assemblea del 1983 a Vancouver rilanciava l’idea, utilizzando però la parola “processo conciliare” per non interferire con il contenuto preciso che il termine concilio aveva nella Chiesa cattolica. Doveva essere un “processo conciliare di un impegno mutuo per la giustizia e la pace”, al quale, soprattutto dopo diverse sciagure ecologiche – ricordo soltanto Chernobyl nel 1986 – è stato aggiunto anche l’impegno per la “salvaguardia del creato” che in inglese ha l’espressione forse più felice “integrity of creation”.
Tappe di questo processo sono la Prima Assemblea Ecumenica Europea tenutasi nel 1989 a Basilea sul tema “Pace in giustizia”, poi l’Assemblea Ecumenica Mondiale di Seoul nel 1990 su “Giustizia, pace e salvaguardia del creato” ed infine – dopo la dolorosa esperienza delle guerre nella Ex-Jugoslavia, la Seconda Assemblea Ecumenica Europea di Graz del 1997 sul tema “Riconciliazione. Dono di Dio, sorgente di vita nuova”.
Il Vescovo della nostra diocesi di Bolzano-Bressanone, che è un Padre cappuccino e come tale molto sensibile alla spiritualità francescana verso il creato, in seguito alla prima Assemblea Ecumenica di Basilea ha stabilito che dal 1989 fino al 1992, per tre anni tutte le parrocchie, le associazioni ed i movimenti ecclesiali si occupassero di questa tematica: “giustizia, pace e salvaguardia del creato”, al fine di proporre poi al Vescovo idee per una lettera pastorale “dal basso”. Si sono tenute successivamente due assemblee diocesane e nel 1992 è stata pubblicata questa lettera pastorale, che porta il titolo “Ricordatevi dei cinque pani” ed è lunga di una sessantina di pagine.
Dopo un’ulteriore assemblea diocesana nel 1993 il Vescovo nel 1994 ha eretto presso il nostro Studio Teologico Accademico un Istituto per la Giustizia, la Pace e la Salvaguardia del Creato, di cui sono stato il primo direttore. Come tale ho già partecipato, per conto delle Conferenze Episcopali Europee, alla preparazione della Seconda Assemblea Ecumenica Europea, allora però preparando tre fora di dialogo sulla soluzione non violenta dei conflitti (quindi sulla pace). Quest’Assemblea Ecumenica di Graz, alla quale hanno partecipato ben 10.000 cristiani – molti venuti per la prima volta dai Paesi dell’Europa dell’Est – nei suoi documenti aveva affrontato sei tematiche, fra le quali al quinto posto anche la riconciliazione con il creato.
La prima delle quattro raccomandazioni operative su questa tematica suona così:
“Raccomandiamo alle chiese di considerare e promuovere la salvaguardia del creato quale parte integrante della vita della chiesa a tutti i suoi livelli” e come “motivazione” viene aggiunto: “Stante il significato della problematica ecologica per il futuro dell’umanità è molto importante che le chiese risveglino e rafforzino la coscienza che l’impegno per la salvaguardia del creato non rappresenta un qualsivoglia campo di azione accanto a molti altri, ma deve costituire una dimensione essenziale della vita della chiesa”.
Da qui quindi il titolo della mia relazione.
Ma andiamo avanti nella storia. L’Assemblea Ecumenica Europea di Graz aveva anche suggerito alle Chiese Europee di costituire una rete europea di responsabili per l’ambiente e di riconoscerli come partner nelle loro attività. Il cosiddetto Joint Committee, cioè il comitato congiunto fra il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e la CEC, cioè il Consiglio Ecumenico delle Chiese Cristiane in Europa, aveva cercato di organizzare questa rete. Ma si è capito subito che in diversi Paesi Europei mancavano ancora le strutture. Mentre per esempio in Germania ed Austria in ogni diocesi esiste un responsabile diocesano per l’ambiente, e questi responsabili a sua volta sono riuniti in un gruppo di lavoro nazionale, in altri Paesi, nel Sud e nell’Est d’Europa, non esistevano ancora queste strutture.
Per questo, mentre a livello ecumenico veniva costituito l’ECEN, l’European Christian Environmental Network, cioè una rete di organizzazioni per l’ambiente già esistenti, che però non sono rappresentativi per le Chiese, il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee ha imboccato un’altra strada, cioè ha stabilito che si doveva dapprima far nascere nei singoli Paesi questo senso pastorale di responsabilità per l’ambiente e per questo ha voluto che si organizzassero delle consultazioni europee, alle quali dovevano partecipare un vescovo ed un delegato nazionale per ogni conferenza.
Finora si sono svolte sei consultazioni: la prima nel 1999 a Celje in Slovenia, la seconda a Bad Honnef vicino a Bonn in Germania, la terza a Badin in Slovacchia, la quarta a Venezia, la quinta a Breslavia in Polonia e la sesta a Namur in Belgio. Come si vede, si voleva fare un’alternanza fra i Paesi dell’Ovest e dell’Est Europeo. In queste consultazioni, oltre a relazioni su tematiche ambientali di fondo ( per es. a Venezia si è parlato del rapporto fra l’ecologia ed il lavoro ed anche la salute), si è sempre dato molto spazio allo scambio di esperienze, alle cosiddette “best practices”, con lo scopo appunto di incoraggiare ed incentivare le iniziative nei diversi Paesi.
In Italia, presso l’Ufficio Nazionale per il problemi sociali ed il lavoro della CEI, si è costituito fin dal 1999 un apposito gruppo di responsabilità per il creato, il quale oltre a un censimento delle organizzazioni che in campo ecclesiale italiano si impegnano già per il creato, ha organizzato ogni anno un seminario di studio su una tematica precisa (questo anno per esempio sul problema dei rifiuti) e nel 2001 ha organizzato ad Assisi un convegno nazionale sulla tematica “Il Futuro della nostra terra. Responsabilità cristiana per il sociale, il lavoro, l’ambiente”. Per iniziativa di questo gruppo di lavoro è stato pubblicato anche nel 2002 presso la Elledici il sussidio per le comunità “responsabilità per il creato” e quest’ anno, di nuovo presso la LDC, sono usciti quattro fascicoli di sussidi per l’insegnamento della religione cattolica.
Ma andiamo avanti. Dopo il ciclo di sei consultazioni europee, nel maggio di quest’anno, a Basilea si è di nuovo svolto un incontro ecumenico sulla responsabilità per il creato, ed ora ci si sta muovendo per la preparazione della Terza Assemblea Ecumenica Europea che si terrà nel 2007 a Sibiu in Romania, con 3000 delegati delle Chiese Europee. Sono uno dei quattro esperti che da parte cattolica, assieme ad altrettanti esperti delle altre chiese, sono delegati a preparare a Sibiu quattro fora di dialogo su questa tematica.

Per quel che riguarda il Magistero della Chiesa Cattolica, si può registrare un’attenzione particolare della Santa Sede fin dai primi tempi, quando si è cominciato a discutere della problematica ecologica. Così già nel 1971, un anno prima del famoso Rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita , il Sinodo dei Vescovi, nel suo documento De Iustitia in mundo si espresse sulla crisi ambientale e il papa Paolo VI, nella sua lettera apostolica Octogesima adveniens affermò in tutta chiarezza: „Improvvisamente l’uomo diventa consapevole che a causa di uno sconsiderato sfruttamento della Natura corre il rischio di distruggerla e di diventare egli stesso vittima di una profanazione che si ripercuote su di lui“. Da allora si potrebbe elencare una serie ininterrotta di documenti pontifici. Particolarmente attento alla problematica si è mostrato il Papa defunto, Giovanni Paolo II, il quale ha toccato l’argomento praticamente in ogni sua Enciclica di natura sociale, ma anche in tanti discorsi di Udienza. Per il 1990 il Messaggio per la giornata mondiale per la pace porta il titolo “Pace con Dio – Pace con tutto il creato”, nel 2001 in un’Udienza generale il Papa ha invitato ad una conversione ecologica, nel 2003 ha lanciato un messaggio congiunto con il Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Anche l’attuale Santo Padre, fin dagli anni settanta in diverse omelie, ha affrontato l’argomento di una teologia del creato.
Quindi, stando almeno alle dichiarazioni pontificie, si può senz’altro parlare di una tematica, quella della creazione, che è essenziale per la fede cristiana. Il problema che si pone però è, se c’è un passaggio fra la fede in Dio Creatore e conseguentemente fra una teologia della creazione e l’attività ecclesiale stessa, perché appunto di ciò ha voluto parlare la menzionata raccomandazione di Graz

2) Difficoltà intraecclesiali nei confronti della ricezione della responsabilità verso il creato

I suoi redattori, se hanno fatto una raccomandazione operativa, partivano dal presupposto che questa consapevolezza di responsabilità verso il creato doveva ancora essere svegliata, affinché potesse veramente costituire una dimensione essenziale della vita della Chiesa. Certamente è presente tra i cristiani una coscienza ecologica – a testimonianza di ciò esistono mirate indagini demoscopiche. Tuttavia alla domanda „Quale è una dimensione essenziale della vita della chiesa?“, la maggior parte dei cristiani e dei loro pastori non risponderebbero che questa è anche e proprio la responsabilità verso il creato. L’impegno per l’ambiente viene ascritto più all’ambito sociale e politico, per il quale le chiese non avrebbero alcuna competenza particolare, né un compito specifico.

La questione ora è, se si possa effettivamente suddividere il tutto esattamente in questo modo, se con ciò si possa rendere giustizia all’introduzione della costituzione pastorale Gaudium et spes che inizia con le seguenti parole: „Le gioie e le speranze, le tristezze e le paure degli uomini d’oggi, particolarmente degli oppressi, sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le paure dei discepoli di Cristo. E non vi è nulla di veramente umano che non trovi eco nei loro cuori“. Non viviamo forse ancora nella prassi di un celato dualismo, cosicché la prospettiva di redenzione, considerata in un certo senso come isolata, si trova ancora in primo piano nella vita ecclesiastica e nell’impegno dei pastori e che la prospettiva della creazione viene per questo trascurata?
Ha senz’altro costituito un passo avanti il fatto che, nel periodo post-conciliare, ci sia stato un allontanamento dalla visione individualistica (salvezza delle anime), per assumere piuttosto una prospettiva ecclesiologica (costituzione sul posto di una comunità cristiana secondo le dimensioni fondamentali del martirio, della liturgia, della diaconia). In qualche modo, tuttavia, negli ultimi tempi la nostra Chiesa – per lo meno nei paesi europei – sta sperimentando lo shock della secolarizzazione. La chiesa non è riuscita ancora a superare la perdita d’influenza sulla società e la diminuzione della pratica religiosa. Desidererebbe far fronte a tutto ciò mediante un maggiore sforzo di rinnovamento ecclesiale. In tutto questo la prospettiva è eccessivamente limitata all’interno della chiesa, è troppo centrata sulla Chiesa stessa.
Questa difficoltà, che si manifesta anche in una peculiare debolezza nell’impegno ecologico delle Chiese , dovrebbe essere superata: da un lato mediante una maggiore accentuazione della teologia della creazione, che ad esempio, secondo le stesse affermazioni del Card. Ratzinger , negli ultimi decenni è stata molto trascurata, dall’altro mediante una più forte visione d’insieme tra Creazione e Redenzione e tramite il ricorso all’annuncio del Regno di Dio e della sua dimensione escatologica.

3) Rivalutazione della Teologia della Creazione

Si tratta allora di mettere in evidenza che cosa significa effettivamente creazione; che è necessario, di fronte a correnti oggi molto diffuse di panteismo, conservare la differenza tra Creatore e creature; che la creazione testimonia un rapporto continuo tra Creatore e creature. Non è sufficiente un semplice atto creatore iniziale a dare avvio al mondo lasciando poi che questo proceda per il suo corso (si tratterebbe in questo caso di deismo); nel nostro Credo cristiano, Dio ha intrapreso con la creazione un rapporto d’amore e di benevolenza con tutte le creature: egli le mantiene continuamente in esistenza. Bisogna a questo punto richiamare alla memoria la dottrina della „creatio continua“ .

Allo stesso modo la creazione deve essere vista come l’opera di Dio Trinitario, scaturente dall’amore di Dio Padre, dal Creatore del cielo e della terra, che ha creato tutto tramite la sua Parola, per mezzo e in vista del suo Figlio e che tutto conserva e porta a compimento nello Spirito Santo, il donatore della vita.
Ciò conferisce alla Creazione una dimensione sacramentale, poiché Dio stesso è presente in lei fino a raggiungere la massima concentrazione nell’Eucarestia, tramite la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo viene trasformato nel corpo di Cristo.
E ancora, tutto ciò ha una dimensione escatologica, perché noi attendiamo un nuovo cielo e una nuova terra in quanto l’intera creazione sta soffrendo le doglie del parto e sospira nell’attesa di essere finalmente accolta nella gloria dei figli di Dio, nella partecipazione al Cristo risorto.
Così scrive infatti Georg Kraus nel suo ”Manuale di dottrina della creazione” dell’anno 1997:
”Uniche nell’ambito del Nuovo Testamento sono le asserzioni, in cui Paolo pone in strettissima correlazione il destino dell’intera creazione con il destino dell’uomo. La creazione intera partecipa pertanto alla redenzione dell’uomo e deve in tal modo, in occasione del compimento finale dell’umanità, essere liberata dalla sua caducità e conseguire la condizione della pace eterna” .
Medard Kehl muove – in un articolo anch’esso pubblicato nel 1997 – dalla domanda: ”che cosa aggiunge la ‘lode di Dio‘ da parte della creazione terrestre e materiale alla lode angelica ed umana?” ed afferma: ”Ecco, qui ci aiuta a fare un passo in avanti la promessa biblica del Regno di Dio: il Regno di Dio infatti deve essere alla fine riconosciuto come universalmente operante, ed a tal fine c’è bisogno in toto del compimento della creazione e della lode da essa rivolta a Dio. Infatti solo se la creazione è compiuta nella sua totalità, se aderisce completamente alla volontà divina di giustizia, di pace e di vita, diviene palese che Dio è veramente il Creatore e perciò l’esclusivo Signore di tutta la realtà… Proprio ed anche per porre termine al dominio del peccato dell’umanità che è profondamente radicato nelle condizioni naturali del mondo presente e che con la sua azione pervertisce, nel senso di una distruttivo egoismo, il rapporto dell’uomo nei confronti di Dio, degli altri uomini e dell’intera creazione, proprio per questo c’è bisogno – per l’avvento escatologico del Regno – del ‘rinnovamento cosmico del mondo’ in cui spera l’intera tradizione giudeo-cristiana, ovvero di un ‘nuovo cielo’ e di una ‘nuova terra’.
Se queste prospettive fossero più presenti alla coscienza dei cristiani medi e della prassi pastorale, ciò avrebbe come conseguenza una grande sdrammatizzazione dei problemi. Si supererebbe definitivamente un atteggiamento di fissazione sui propri problemi e si rivolgerebbe lo sguardo sull’agire di Dio stesso. L’annuncio del Regno di Dio è in prima linea l’annuncio della potenza dell’operare divino, della sua azione nell’ambito della creazione e della redenzione sino al compimento escatologico.
I concetti del processo conciliare su ”Giustizia, pace e salvaguardia del creato” sono in ultima istanza anche concetti, che trascendono l’agire dell’uomo. La giustizia e la pace sono anzitutto attributi divini, ovvero connotano l’agire di Dio, che nel tempo escatologico si rivela come compiuto.
La salvaguardia, la ”conservatio” della creazione è allora propriamente azione di Dio, che nuovamente dischiude nel tempo della fine delle prospettive, che per noi uomini non sono concepibili e neppure pienamente comprensibili. Di fronte a tale operare di Dio noi siamo chiamati esclusivamente ad un atteggiamento di stupore caratterizzato da rispetto e lode, insomma ad una spiritualità della creazione, e, sul piano etico, ad una responsabilità verso quest’ultima.

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