BOLOGNA – Corso di bioetica di base per operatori culturali e pastorali

Bioetica e ambiente: verso uno sviluppo sostenibile ed un’etica globale. Aspetti etici e scientifici.
Prof. Karl Golser – Dott. Fabrizio Passarini

1. Il termine di bioetica in senso globale

A prima vista la bioetica e l’etica dell’ambiente si occupano di due campi separati. La bioetica viene comunemente associata ad una riflessione etica nell’ambito della vita umana, specialmente su ciò che la medicina ed anche la biologia sono in grado di fare, mentre l’etica dell’ambiente riguarderebbe ciò che è al di fuori della vita umana, ciò che la circonda o ambisce, come dice appunto la parola “ambiente” o meglio ancora la parola tedesca “Umwelt” o quella inglese “environment”. Non si mette in dubbio la interrelazione di questi due mondi, però l’oggetto specifico delle due discipline, della bioetica e dell’etica ecologica, sarebbe senz’altro distinto.
Non si sa però che chi ha coniato per prima volta il termine “bioetica”, cioè l’oncologo Van Rensselaer POTTER, da principio ha voluto intendere bioetica nel senso globale .Il termine “bioetica” infatti ricorre in due articoli pubblicati nel 1970, dal titolo :“Bioetica. La scienza della sopravvivenza” e “Biocibernetica e sopravvivenza”. Questi articoli assieme ad altri sono stati poi raccolti nel libro “Bioetica. Ponte al futuro” pubblicato nel gennaio del 1971. Nello stesso anno la prestigiosa rivista TIME pubblicava una sezione speciale sui nuovi problemi in campo biologico, riferendo sia sul libro di Potter sia anche su un’iniziativa della Georgetown University di Washington, la quale applicava il termine di bioetica agli studi condotti nel loro “Istituto per la Riproduzione Umana e Bioetica”. Da questo Istituto, a partire dal 1978 si iniziava a pubblicare la prestigiosa “Encyclopedia of Bioethics” in quattro volumi, un’opera divenuta “standard” in questo ambito e che ora esiste nella terza edizione , come pure una “Bibliography of Bioethics” a carattere internazionale.
Si potrà quindi dire che la bioetica si è sviluppata in una duplice accezione: quella più ristretta si è concentrata sui problemi nuovi della medicina e della biologia – e questa è senz’altro l’accezione più diffusa -, mentre quella più larga inseriva l’essere umano e la sua vita nel contesto globale della nostra terra, perché vi è una stretta interdipendenza fra l’uomo e l’intero mondo; in termini religiosi si direbbe che la persona umana fa parte di tutto il Creato, per la sopravvivenza del quale l’uomo con le sue nuove capacità ha una responsabilità sempre più grande.
Proprio V.R. Potter racconta che è stato motivato a questo suo approccio più globale da una conferenza tenuta nel 1957 dalla celebre antropologa Margaret Mead, la quale, nel contesto degli esperimenti di bombe nucleari, si esprimeva così: “Finalmente mi sembra che, in questa età in cui la sopravvivenza del genere umano e le possibilità di vita delle creature dipendono dal fatto che noi abbiamo una visione del futuro per gli altri a cui ci guiderà il nostro impegno più profondo, noi abbiamo bisogno nelle nostre università (che devono cambiare e crescere con il mondo) non soltanto di cattedre di storia e di linguistica comparata, o cattedre di letteratura e di arte, ma noi abbiamo bisogno anche di Cattedre del Futuro, cattedre per coloro che dedicheranno se stessi, con tutta la necessaria dottrina e attenzione, a sviluppare la scienza al massimo delle sue possibilità per il futuro” .
In seguito Potter si è impegnato a far entrare nella sua Università del Wisconsin questa idea, cosicché nel 1969 è stata approvata una dichiarazione che diceva: “Gli studenti universitari hanno maggiore responsabilità per quanto riguarda la sopravvivenza e la qualità della vita nel futuro”. Nel 1970 è stato poi celebrato per la prima volta un “Earth Day”, una giornata della terra, che comprendeva sedute di insegnamento ambientalistico e nella quale ci si richiamava ad un precursore celebre, cioè a Aldo Leopold, il quale già nel 1949 aveva pubblicato una “Land Ethic”.
Per dirla in breve si tratta della sopravvivenza accettabile a lungo termine, che fa leva sia sulla “cura della salute” sia sulla “cura della terra” e dell’intero mondo. A riguardo esistono notevoli conflitti di interesse, che, secondo Potter, si riassumono in tal modo: nella cura della salute la qualità della vita sfida la santità della vita (pensiamo ai diversi esperimenti per es. sugli embrioni umani, condotti proprio per migliorare la qualità della vita, sacrificando però altre vite umane), mentre nella “cura della terra” la qualità dell’ambiente sfida la santità del dollaro (cioè gli interessi immediati dell’economia vengono presentati come in contrasto con quelli della tutela dell’ambiente – si pensi per esempio al rifiuto degli Stati Uniti d’America di firmare il cosiddetto protocollo di Kyoto, che segna soltanto un primo passo nel tentativo di scongiurare il cambiamento climatico).

2. Il concetto di sviluppo sostenibile

Quanto alla responsabilità per la tutela dell’ambiente, non è qui il caso di presentare tutta la storia di questa consapevolezza sempre più crescente. Basta qui ricordare il libro pubblicato nel 1972 dal cosiddetto Club di Roma“ dal titolo “The limits of the growth”, tradotto purtroppo in italiano in modo non del tutto corretto con il titolo “I limiti dello sviluppo”. La crescita, soprattutto quantitativa, è limitata, perché limitate sono le risorse della terra, ma uno sviluppo può esserci lo stesso, in campo sociale, culturale e umano. Questo studio, che ha destato l’attenzione mondiale, è stato quasi contemporaneamente confermato da diversi incidenti che negli anni si sono susseguiti: la prima crisi del petrolio proprio negli anni 1972/1973, l’inquinamento delle acque (si pensi al Reno) e dell’aria (si pensi alle piogge acide), le sciagure chimiche (si pensi a Seveso o a Bophal), la sciagura nucleare di Chernobyl, e poi ancora il buco dell’ozono, la diminuzione della biodiversità (si pensi anche all’effetto della distruzione delle foreste vergini), l’effetto serra con il conseguente cambiamento climatico sempre più evidente – e tutto questo è collegato anche al divario sempre più crescente fra il Nord della terra sviluppato ed il Sud sottosviluppato, con una sproporzione sempre più marcata fra ricchezza dei pochi e povertà dei molti.
Per far fronte a questa problematica nel 1987 il rapporto Brundtland della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite ha introdotto il termine “sviluppo sostenibile” che poi è stato accolto anche dalla Seconda Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo che si è tenuta nel 1992 a Rio de Janeiro. Cosa si intende per “sviluppo sostenibile”? Si tratterebbe di uno sviluppo (ed è ciò che auspicano soprattutto i paesi poveri, ma non soltanto loro), che risponde alle esigenze del presente senza compromettere una risposta adeguata alle esigenze delle generazioni future, uno sviluppo che tiene conto di tutte le sue dimensioni, di quella ecologica, quella sociale e quella economica.
In sostanza significa che la dimensione ecologica non è da considerarsi soltanto come aspetto aggiuntivo o di disturbo di uno sviluppo economico, ma che l’idea dello sviluppo stesso deve contenere fin dall’inizio la considerazione del legame intrinseco fra la dimensione ecologica, socioculturale ed economica. Il rispetto dell’ambiente per questa e per le future generazioni umane fa parte di ogni sviluppo responsabile e deve quindi anche far parte di ogni politica responsabile.
Nell’estate del 2002 c’è stato nuovo Summit delle Nazioni Unite a Johannesburg in Sudafrica che si è dato la sigla “Rio + 10”, perché voleva verificare in che modo le decisioni prese 10 anni fa a Rio sono state attuate, in che modo potrà esservi vero sviluppo nel segno della sostenibilità. La situazione generale non era molto cambiata riguardo a dieci anni fa, anzi in merito ai dislivelli di sviluppo era addirittura peggiorata. Questo Summit di Johannesburg non è arrivato a un nuovo impegno vincolante per gli stati, perché soprattutto gli Stati Uniti d’America erano contrari a protocolli vincolanti, soprattutto al protocollo di Kyoto che vuole ridurre le emissioni di gas serra. Gli Stati Uniti puntano soltanto a progetti privati – così lo vuole la politica del Presidente Bush, forse troppo legata agli interessi dell’industria del petrolio. Ad ogni modo il protocollo di Kyoto è stato ratificato ed è entrato in vigore nel febbraio 2005, ed il recente summit di Montreal (fine novembre 2005) ha deciso di continuare su questa strada.

3. La dottrina sociale della Chiesa cattolica e lo sviluppo sostenibile e globale

A me come cultore dell’etica teologica preme ora far vedere come il concetto di sostenibilità sia stato accolto dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica e come da lì si può arrivare a un’etica veramente globale per la sopravvivenza del nostro mondo. Ora la riflessione etica cattolica vede nella proposta terminologica di sviluppo sostenibile il tentativo di tenere conto della interdipendenza e complessità specifica nel campo sociale. Si è infatti spesso ribadito che la tradizione dell’etica cristiana o della teologia morale ha avuto prevalentemente una visione individualistica o meglio personalistica, e ciò anche quando trattava di questioni sociali, ma che ora di fronte alla sempre più emergente complessità e globalità dei fenomeni sociali è emersa chiaramente l’esigenza metodologica di pensare in chiave sistemica, cioè tenendo conto della interdipendenza delle diverse dimensioni nel campo sociale.
Accanto al principio della ”personalità”, che mette in primo piano la dignità di ogni persona umana – contro le istanze che partono invece dallo stato o anche dal mercato, principio tanto importante per la tutela di ogni essere umano vivente -, accanto al principio dell’amore del prossimo che si dispiega nella solidarietà e nel riferimento al bene comune, che include anche la cosiddetta ”opzione per i poveri”, accanto al principio della sussidiarietà che guarda alle strutture intermedie che devono essere aiutate a fare ciò che è di loro competenza e di cui sono capaci , avremo quindi un ulteriore principio sociale che consiste appunto nella visione obbligata della interdipendenza. Questo principio di sostenibilità sarebbe la risposta della dottrina sociale della Chiesa al problema della globalizzazione.
Il principio della sostenibilità considera dunque l’insieme globale: in primo luogo tutte le persone e le comunità umane nel loro tessuto sociale del presente e del futuro, ma anche nel loro inserimento nel mondo naturale, il quale come oggetto dell’atto creativo di Dio ha una sua dignità propria. Questo principio è inteso come strettamente collegato con il principio della sussidiarietà, in quanto lo sviluppo sostenibile dev’essere un processo aperto, non imponibile dall’alto, ma da ottenere soltanto con un impegno dei molti, dei diversi gruppi ed attori sociali, uno sviluppo preferenzialmente a base regionale, che favorisce i circuiti economici piccoli, in una concezione federale, con ripercussioni anche sul versante politico in quanto presuppone una vera democrazia partecipata.
Proprio in questa direzione si vuole muovere l’Agenda 21 proposta da Rio de Janeiro, che si rivolge agli operatori locali, secondo lo slogan ”pensare globalmente, ma agire localmente”. Si tratta quindi di concepire tutte le questioni sociali nell’interdipendenza fra natura e società, di vedere il tutto in una nuova prospettiva di percezione, dove l’uomo si comprende parte del Creato e dove la sua libertà, espressione suprema della personalità, è sempre supportata dalle condizioni della natura.

4. Lo sviluppo di un’etica dell’ambiente

Partendo quindi da questo quadro generale si può ora sviluppare un’etica cristiana dell’ambiente. Questa dovrebbe fare attenzione ad un doppio binario, quello dell’elaborazione di concrete norme per l’atteggiamento ambientale e quello del cambiamento di un atteggiamento di fondo verso la natura, dello sviluppo di adeguate virtù ecologicamente ordinate e di una specifica spiritualità della creazione. Traccerò in questa sede un breve schizzo di queste argomentazioni.
A livello normativo si tratta di sviluppare, nel dialogo con le scienze competenti, quei criteri sui quali poi possano essere elaborate, nel consenso politico, linee orientative concrete e norme comportamentali. Si può percorrere una via dal generale al concreto, cioè dai principi, passando per criteri indicanti determinate priorità, fino alle norme operative concrete.
Ecco alcuni dei grandi principi che sono una particolarità dell’etica sociale cattolica e attraverso i quali si riesce a strutturare l’argomentazione.

Scrivi un commento

Devi effettuare il log-in per lasciare un commento.

Chi siamo

Logo Pastorale degli Stili di Vita



A partire dalla Parola di Dio, ci occupiamo di: ecologia, problemi dell’ambiente e disparità di divisione dei beni nel mondo.


Scarica presentazione pdf

Che cosa significa fare pastorale degli stili di vita?

Stile di vita è testimoniare
la tua vita con la vita stessa.
Fare pastorale è trasmettere
ciò che si ha nel cuore,
e non è difficile fare innamorare gli altri
di ciò che si ha nel cuore.

Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita

Costituita all' inizio del 2007 per iniziativa di alcuni uffici pastorali diocesani impegnati nella promozione dei nuovi stili di vita, ha l'obiettivo di unire conoscenze ed esperienze per avviare un movimento dal basso sui Nuovi Stili di Vita. Per ulteriori informazioni clicca sul logo.

Citazione

Le parole che escono da un cuore puro non cadono mai invano. — Mohandas Karamchand Gandhi

Login e registrazione