Dividere la spesa ed essere felici

Da Avvenire
È proprio la crisi economica che sta rilanciando il «commercio critico» e gli «acquisti etici»: la gente infatti si rende conto che l’abbondanza in cui viveva non è scontata e si fa delle domande e insieme risparmia anche il 20%
Negli ultimi mesi boom degli italiani che comprano «equo»
La campagna «Bilanci di giustizia» coinvolge mille coppie e ispira sperimentazioni anche statali

Consumo critico, acquisti etici, commercio equo… Parole che, in tempi di crisi economica, stanno entrando sempre di più a far parte del vocabolario quotidiano della gente comune. Che gli «stili di vita alternativi», fino a poco tempo fa appannaggio di una nicchia di critici del sistema, rappresentino uno strumento di risparmio che comincia a tentare la massa dei consumatori?

 

Secondo Raffaella e Joseph Parolini, giovane coppia che insieme ai suoi tre bimbi ha basato il proprio stile familiare sul consumo consapevole, le cose non stanno esattamente così: «Se una famiglia ricerca puramente merce a prezzi più bassi, può benissimo fare la spesa al discount. Ma noi abbiamo la netta sensazione che sempre più persone, sentendo all’improvviso che l’abbondanza in cui vivevano non è più scontata, comincino a farsi delle domande su questo sistema economico. E a sospettare che ci sia qualcosa che non va».

 

Ecco, allora, il boom di quelle pratiche che rappresentano un sistema di economia «alternativo» rispetto a quello dominante, dalla spesa collettiva direttamente dai produttori (i Gruppi di acquisto solidale «ufficiali» in Italia sono 200, e crescono a un ritmo vertiginoso ), al monitoraggio di gruppo sul proprio stile di consumo (la campagna «Bilanci di giustizia» coinvolge un migliaio di famiglie in tutta Italia e sta ispirando interessanti sperimentazioni istituzionali), fino all’acquisto di prodotti ad alto contenuto sociale: negli ultimi sei mesi – ha rivelato una ricerca commissionata dall’Osservatorio sulla Responsabilità sociale d’impresa – quasi 6 italiani su dieci hanno effettuato almeno un acquisto di tipo etico: l’80% in più del 2004.

 

Raffaella e Joseph sono tra i fondatori del Gas (Gruppo d’acquisto solidale) «Bevera», che riunisce 160 famiglie della Brianza lecchese (all’inizio, 4 anni fa, erano solo una decina), suddivise in dieci gruppi che fanno capo, per gli aspetti burocratici e organizzativi, alla bottega del commercio equo « Karibuny». A scadenze regolari (che variano a seconda della merce) comperano pasta, olio, detersivi, parmigiano, vino, latte e molto altro da produttori locali che osservano criteri di qualità e di rispetto della natura e dei lavoratori. «Il risparmio a tutti i costi, se è stato pagato sulla pelle di qualcuno, non ci interessa – spiegano -. La nostra logica è quella di ricordare che il prodotto è anche portatore di una storia, che conta quanto le sue caratteristiche e il prezzo. Ecco perché, tra l’altro, siamo molto attenti a pagare puntualmente i nostri fornitori: in certi settori, infatti, il mercato non è equo, e oggi per i contadini italiani il contatto diretto con il cliente sta diventando una necessità. Detto questo, comperare insieme è sicuramente molto conveniente, soprattutto tenendo conto che mangiamo cibo biologico di ottima qualità». Una scelta decisamente sostenibile, se è vero che quella di Raffaella, Joseph e dei loro tre bambini è una famiglia monoreddito.

 

Un solo stipendio entra anche nella casa di Alessandro e Rita Pelizzola – due figli di 9 e 12 anni – aderenti al gruppo torinese dei «Bilanci di giustizia». Quello che i «bilancisti» operano, in sintesi, è un «monitoraggio» dei propri consumi allo scopo di ridurli e riorientarli secondo criteri di giustizia e solidarietà. Lo strumento è la compilazione di bilanci mensili, in cui le famiglie annotano le proprie spese e gli obiettivi che si pongono nello «spostare» il consumo da un prodotto considerato dannoso o inutile a uno che rispetti la dignità delle persone e l’ambiente.

Concretamente – spiega Rita – questo si traduce in una maggiore attenzione quando facciamo la spesa, dall’acquisto dei prodotti di stagione alla riduzione degli imballaggi, e in alcune scelte di vita quotidiana: il riciclaggio, il risparmio energetico, il riuso dei vestiti tra famiglie di bilancisti, l’autoproduzione di cibo, dalle marmellate alle conserve». Disagi? Problemi a far capire questa sobrietà ai figli? «Noi non ne abbiamo mai avuti, anche perché da una parte non siamo rigidi, e dall’altra sicuramente offriamo ai nostri bambini tanti stimoli diversi».

 

Per don Gianni Fazzini, ideatore dei «Bilanci» (che dal 26 al 28 agosto si ritroveranno per il loro raduno nazionale a Lignano), «una delle grandi intuizioni della campagna è stata proprio la centralità della famiglia come soggetto fondamentale dell’economia. Se si vuole cambiare stile di vita, questa non può essere una scelta individuale, bisogna ritrovare una consapevolezza e una progettualità nel consumo. Anche la Chiesa è chiamata ad aiutare la gente a riflettere sui mille bisogni indotti da questa economia, sul fatto che ci si lamenta della crisi ma poi ogni famiglia si compra tre telefonini».

 

E la consapevolezza, ancora una volta, conviene: «Il risparmio medio dei bilancisti sulle spese mensili è del 22%», continua don Fazzini. Già questa è una notizia interessante. Ma ce n’è un’altra per certi versi rivoluzionaria: «Ci sono state famiglie che hanno detto: “Se possiamo vivere con il 20% in meno, perché non proviamo a lavorare il 20% in meno?”. E magari uno dei coniugi oggi fa il part time». Insomma, va a finire che con la crisi impariamo a goderci di più la vita.

 

di Chiara Zappa

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