PER UNA TEOLOGIA DEI CONSUMI
Commenta Gaggioli interviene mostrando come teologia e consumi non siano argomenti tra loro slegati.
PER UNA TEOLOGIA DEI CONSUMI
(Gaggioli)
1.1 Vita e Bibbia
La teologia del consumo intende illuminare la ricerca umana della giustizia, sostenendo il concreto e quotidiano sforzo degli uomini per rispondere alla sollecitudine con cui Dio ci chiama attraverso i corpi dei fratelli.
E’ la teologia implicita nella prassi dei gruppi che cercano alternative sul piano economico; la loro ricerca concreta di alternative, i loro cammini – pur differenti – sono stati il terreno in cui è maturata una nuova consapevolezza e la riscoperta delle affinità con il messaggio biblico.
Prima viene la vita. Le scelte quotidiane sul piano dei consumi interpellano la Parola di Dio e le chiedono di far luce. La Scrittura torna così ad essere alimento, guida delle scelte dei cristiani, una volta che si riscopre la spiritualità del consumo che è contenuta nei suoi avvenimenti e nei suoi messaggi. Si tratta di un principio ermeneutico fondamentale: coloro che leggono la Bibbia a partire dalla pratica della giustizia, coloro che la interpellano nella quotidiana fatica della coerenza con la volontà di Dio, scoprono cose che restano nascoste agli occhi degli altri, siano questi i privilegiati del sistema, i fatalisti, oppure i semplici studiosi. In fondo è principio di “ogni buona ermeneutica che un testo va letto dentro quel contesto vitale che l’ha visto nascere”1.
Così, accanto ai messaggi profetici sulla giustizia, al concetto di ‘idolatria’ e alla grande parabola dell’esodo – il cammino nel deserto è un vero paradigma anche per la spiritualità del consumo – emerge il concetto positivo di ‘benedizione’ e il ruolo della letteratura sapienziale, in particolare del libro di Qoelet. Nel Nuovo Testamento, accanto alle condanne della ricchezza come accumulazione quantitativa emerge il disegno in positivo della virtù della sobrietà, fondamento della pratica della giustizia e assecondamento della logica implicita nella creazione.
“Ognuno ne raccolga quanto basta, ogni giorno…” (Es 16). Questa è la legge del deserto; la regola sulla quale gli ebrei devono allenarsi nel deserto per saperla vivere nella terra promessa. La giustizia scaturisce da chi sa vivere nella terra promessa con cuore di deserto. Non per una vita di privazioni e di sacrifici perché nella Bibbia ha un ruolo centrale la visione positiva delle cose. Si trova in essa un intenso gusto della bontà delle cose: queste sono una benedizione, sono come un sacramento della presenza divina a uomini e donne. Nella spiritualità biblica la ricchezza non è tanto ricchezza di beni, esuberanza quantitativa, quanto ricchezza dei beni, pienezza di qualità di cui essi sono portatori. Questa ricchezza si fonda sul percepire le cose come benedizione; è la qualità grazie alla quale l’uomo può vincere la tentazione della diffidenza di fronte ai momenti di difficoltà e l’atteggiamento di presunzione nello stato di sicura normalità. La ricchezza intesa come accumulazione di beni invece sconvolge l’ordine della benedizione perché non riconosce l’intenzionalità di dono. Questa ricchezza è causa di maledizione perché è grazie ad essa che il mondo conosce ciò che è più lontano dalla volontà di Dio: la miseria degli uomini, la sofferenza di coloro che non hanno il sufficiente per vivere.
Uomini e donne sono destinatari della benedizione ma sono anche soggetti attivi: rispondono alla benedizione di Dio con quella benedizione che è il riconoscimento del bene ricevuto e che si dispiega in azione di grazie e in canto di lode.
Se le cose giungono al soggetto umano come dono di Dio, l’esigenza che veicolano è di continuare a vivere come dono: in quanto sollecitano il ‘grazie’, certo, ma ancora in quanto la loro intenzionalità non venga bloccata e spenta nell’accaparramento, ma acconsentita e prolungata nella circolazione solidale. Essere giusti è obbedienza alla richiesta che viene dalle cose. […] Quel dono di Dio all’uomo che le cose sono porta con sé quel dono dell’uomo all’uomo che le cose devono essere; l’indicativo di Dio depositato in esse per sfamare il bisogno umano diventa l’imperativo quando si rivolge al cuore umano per chiedergli di ripetere il gesto divino. […] Nel deserto i doni di Dio interpellavano la fede del popolo, la sua disponibilità recettiva, il suo affidarsi alla fedeltà da cui scaturivano; nella terra promessa interpellano soprattutto la sua adesione attiva, così che il miracolo è ora che in ogni cosa donata pulsino all’unisono la fontale gratuità divina e l’obbediente gratuità umana. Se quest’obbedienza viene a mancare, il dono si isterilisce: il pane spezzato sulla tavola del giusto è ontologicamente (cioè quanto alla sua sostanza creaturale) altra cosa rispetto al grano accumulato nel granaio del ricco: quello è la creazione giunta a compimento, questo è la creazione fallita; in quello la generosità del Creatore giunge alla destinazione voluta attraverso il “cuore di carne” del giusto, in questa si inceppa e si isterilisce nel “cuore di pietra” dell’empio2.
Si tratta di entrare in una visione antropologica che ha al centro il riconoscimento della propria condizione di creaturalità; se il mondo è di Dio – ed è un dono – non ha senso l’atteggiamento di dominio, e ogni tentativo di accaparramento e di accumulazione è violenza e sopruso sui fratelli. Il riconoscimento del limite non significa mortificazione; anzi è la condizione per non isterilirsi nel possesso e vivere pienamente la relazione con le cose e con gli altri.
La ricerca del proprio interesse, del “giusto profitto” vengono smascherati come forme di pleonexia: l’avidità, che secondo san Paolo, è all’origine di ogni male. L’atteggiamento di dominio che di dispiega nella tecnica moderna si rivela come una forma di idolatria affine al culto dei Baalim nell’antico Israele
Illuminare l’agire dei cristiani: questo è il compito di ogni teologia. Con i comportamenti di consumo si può contribuire o meno alla costruzione del regno di Dio; ogni volta che entriamo in relazione con un bene giochiamo una partita sul terreno della giustizia. Non si può scherzare; né distrarsi. Perché dietro alle cose ci sono le persone; dentro alle cose ci sono il tempo, le risorse, le energie, l’invenzione e il lavoro umano3. Grazie alla teologia del consumo una miriade di comportamenti che spesso sfuggono all’analisi teologica sono ricondotti nell’alveo dell’indagine sulla visione cristiana della vita. Siamo così spinti ad indagare sulle motivazioni dei consumi e sui criteri che determinano gli acquisti.
Nel primo caso si tratta di indagare la vera natura dei nostri ‘bisogni’, all’interno di un sistema che ne crea sempre di nuovi e che riduce progressivamente la durata della soddisfazione4. Le indicazioni bibliche sono anche in questi casi numerose e stimolanti: “perché vi affannate?” (Lc 12,26) , “perché spendete denaro per ciò che non è pane?” (Is 55,2).
Per quanto riguarda i criteri degli acquisti, coloro che cercano la giustizia sono portati ad interrogarsi sulle conduzioni di produzione, sulla storia della cosa, sul suo costo sociale e ambientale. Coloro che riconoscono la qualità di dono sono già capaci di deporre l’atteggiamento di dominio e continuare la circolazione del dono grazie alla quale tutto è possibile, anche sfamare le moltitudini con 5 pani e 2 pesci. Il vangelo di Giovanni ci informa che solo un ragazzo aveva del cibo con sé (Gv 6,9), ma lo condivide e allora tutti mangiano in abbondanza.
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